harambe
GEAPRESS – Il video degli ultimi attimi di vita di Harambe nello zoo di Cincinnati, lo conosciamo ormai tutti (vedi articolo GeaPress). Per evitare il peggio, così in sintesi ha detto lo zoo, non si è potuto fare altro che abbattere il gorilla. Il dardo anestetico, poi, avrebbe fatto effetto dopo parecchi minuti, innalzando il rischio.

Hanno sbagliato oppure no? Ed è forse questa la domanda che dirime la questione?

Il bambino, in realtà, poteva morire in qualsiasi momento, innanzi tutto con la caduta. Basta poi notare l’ingenua forza con la quale il grosso maschio di Gorilla di Pianura trascina lungo il finto torrente il piccolo, per capire come un nulla poteva causarne la morte. Un colpo della testa nel cemento (perchè di questo è fatto il finto ameno torrentello scrosciante di cascatelle a pompa) come dell’acqua inalata, ed il bambino poteva morire.

Lo zoo ha fatto quello che doveva fare. Lo ha quasi detto la stessa struttura di Cincinnati, ma nessuno sembra averlo capito.

Non sappiamo come lo zoo di Cincinnati gestisce la sua immagine. Di certo un bimbo morto sarebbe stato pesantissimo da sopportare anche perchè, pur volendo accusare i genitori, di certo gli sbarramenti messi in atto sono risultati aggirabili finanche da un piccolo di quattro anni. Non crediamo, però, che sia stato questo il motivo dell’uccisione, così come non sappiamo se lo stesso zoo ha mai portato in scena particolari performance, come molti altri suoi “colleghi” nel mondo. Quadretti utili ad attirare visitatori come i ghiacciolini per gli scimpanzè quando fa caldo, festicciole di compleanno per il gorillino di turno (come sembra sia stato fatto anche per Harambe piccolino) per non parlare dell’orsetto berlinese Knut morto miseramente innanzi agli smartphone e delle innumerevoli scelte dei nomi lasciate ai bambini in finti “battesimi” in giro per il mondo.

E per il funerale, non si fa niente?

Diamo allora una prèfica al Gorilla ucciso dallo zoo. Una donna pagata, magari con un mascherone scimmiesco, che piange innanzi al cadavere di Harambe circondato da mazzi di fiori prelevati in giornata della foresta pluviale del Congo (o di quello che ne resta). Cosa c’è di male? Lo facevano già nel mondo antico le egiziane, seguite dalle greche e poi ancora dalle romane e non lo si deve fare per un animale che battezziamo, cresciamo ricordando compleanni oltre che renderlo pupazzo in mille gadgets?

Il funerale, però, è sempre un’altra cosa, si potrebbe dire segreto, come in genere lo sono le morti negli zoo (dissezioni della giraffa Marcus a parte).

Aspetti finanche grotteschi abbinati a strutture che si fregiano di progetti di tutela delle specie. Loro, gli zoo, costituiscono la popolazione ex situ, mentre nel mondo quella in situ, ovvero in natura, va a rotoli tra abbattimenti di foreste, gorilla affumicati come bushmeat, superstrade, miniere a cielo aperto e mega complessi edilizi. Piacerebbe sapere, considerato l’elevatissimo numero di specie e di animali detenuti nelle loro strutture (di pregio e non), quali sono gli effetti pratici di tali progetti. Di certo è stata riabilitata un’immagine che era uscita, ormai alcuni decenni addietro, abbastanza malconcia grazie ad un’ opinione pubblica che sembrava averla avviata verso la definitiva rottamazione.

Viviamo però nell’era dell’immagine, dei quadretti idilliaci che annebbiano i reali bisogni.

In molti non hanno più le sbarre metalliche, ma fossati, corrente elettrica ed altre caratteristiche che qualora fossero abbiante all’uomo potrebbero generare (o almeno così ancora si spera) pensieri quantomeno tristi e preoccupanti. Dentro quegli “exhibits” (così si chiamano le nuove gabbie) addolcite agli occhi dell’uomo con piante fertilizzate e cascatelle a tutto watt, gli animali passano tutta la vita.

Sarebbe bello pensare ai cugini di Harambe (Gorilla di Pianura) ovvero ai Gorilla di Montagna le cui popolazioni selvatiche risultano in aumento nonostante non siano detenute negli zoo. Dian Fossey nelle foreste del Ruanda, poi devastate dalla guerra civile, seppe avvicinarli arrivando a farsi accarezzare la mano da Digit, Gorilla Silverblack (possente maschio adulto dalla schiena argentea) così come lo era Harambe che ha posato la  mano sulla spalla del bambino. Finanche il sanguigno candidato Donald Trump (che, però, dispiaciuto, ha detto che non vi era altra scelta) si è intenerito innanzi a quella mano. I Gorilla della Fossey erano minacciati dagli zoo che pagavano profumatamente i trafficanti in grado di corrompere tutti e che probabilmente ne hanno causato la morte (di Digit come della Fossey). I discendenti dei Gorilla catturati sono ancora lì, negli zoo.

Digit lo fecero trovare senza testa ed arti. Harambe, invece, è finito per un bambino piovuto dal cielo artificiale (tanto quanto il suo microambiente) che risuona di vocine da supercondominio. In quel tipo di ambiente ha inevitabilmente trascorso la vita. Siamo coerenti e completiamo la coreografia dandogli almeno una prèfica prima che da un’altro zoo arrivi un nuovo Silverblack che farà sperare in un futuro raggiante e perfetto. Una prèfica, almeno una, che pianga falsamente per lui. Solo così la sua vita avrà avuto un senso.

Redazione GeaPress

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