Forse quello che appariva più evidente, nel corso della manifestazione anti Green Hill di ieri pomeriggio a Roma, era la mancanza di un leader o, se vogliamo, di una politica. Numeri grandiosi. Non meno di diecimila persone, secondo le stime più prudenti, ma nessuna sigla o bandiera predominante. Meglio così, anzi è questa una richiesta che in genere viene avanzata.

Diecimila persone confermano le 15.000 del settembre 2010 (vedi articolo GeaPress). Solo che allora era stata appena approvata la nuova Direttiva europea sulla sperimentazione animale. Gli animi erano surriscaldati. Quella Direttiva era sembrata cadere in testa, nel bel mezzo di una bella giornata di sole. La coincidenza della manifestazione romana del 25 settembre 2010, indetta già da tempo dal Coordinamento Fermare Green, divenne l’occasione per gridare lo sdegno contro quel provvedimento. Ora la vicenda dei cani di Green Hill ha fagocitato tutto diventando un messaggio imperante. Sono i cani di Green Hill a essere diventati la bandiera per le scimmie della Harlan, come per le cavie, ratti e topi sparsi a decine di migliaia nei laboratori della vivisezione italiana.

La manifestazione di ieri è stata grande, sebbene forse relegata in un percorso per Roma non proprio principale. Da piazza della Repubblica, dove nella storica fontana hanno fatto bella mostra di sé le magliette a singola lettera che compongono il tanto famoso “chiudiamo Green Hill”, fino ad arrivare a San Giovanni. In pochi mesi, se non settimane, sono esplosi nuovi gruppi facebook, si raccolgono fondi per la difesa dei ragazzi arrestati nel corso del blitz nell’allevamento di Montichiari, si organizzano nuovi eventi. Ma dove sarebbe oggi la protesta antivivisezionista, rinfocolata dalla famigerata Direttiva del settembre 2010, senza Green Hill? Se non ci fosse quasi lo dovremmo inventare (senza cani o altri animali, ovviamente).

Una ricchezza da sfruttare come testa d’ariete ma anche un potenziale limite. Nonostante la partecipazione di massa, chi invece dovrebbe decidere sembra andare per i fatti suoi. L’ultima sorpresa è la proposta di stralcio dell’art. 14 (quello che dovrebbe tra l’altro portare alla chiusura di Green Hill) dal ddl 3129 relativo alla legge comunitaria 2011. Se stralcio sarà, l’articolo 14 (per alcuni già a rischio infrazione dell’Unione Europea) verrebbe destinato dalla Commissione Politiche Europee del Senato, ai lunghi tempi della Commissione Igiene e Sanità. Tempi probabilmente incompatibili con quelli della stessa legislatura. Buona notte Green Hill. Nel caso, potrà dormire sonni tranquilli.

Cosa si fa allora? Si continua a manifestare fino allo sfinimento? E’ già successo nel passato, con manifestazioni ancora più grandiose in tutta Italia. Cambiano poi le condizioni storiche e quello che oggi sembra incrollabile, in breve tempo può sfaldarsi senza neanche capire il perché. Proviamo allora ad alzare il tiro magari bruciando un cancello di Green Hill, finendo denunciati e senza nulla ottenere? Attenzione, dunque, perché di questa energia ci sarà bisogno anche nel futuro, ad iniziare da quando sarà risolto il dilemma “articolo 14”, che poco o nulla cambierà. Chi, per ora, partecipa al coro degli “eroi” anti Green Hill, potrebbe tornare a prenderne le distanze, perché diverse saranno le condizioni che si andranno affermando per la sua sussistenza, fine a se stessa. In altri termini, per dirla con parole copiate, il potere logora chi non c’è l’ha, ed attualmente alla grande energia in piazza, non corrisponde alcun potere.

Chi guida nelle sedi opportune il movimento animalista? La Federazione presieduta dalla Brambilla? Può darsi. Ma forse basterebbero uno, al massimo due parlamentari partigiani, pronti a schierarsi ovunque e senza problemi di ordini di bandiera, per la difesa degli animali. Chi difende la vivisezione ha i suoi parlamentari (sicuramente più di due o tre). Li hanno i pescatori, i cacciatori, per non parlare degli allevatori. Dove è finito l’Intergruppo Parlamentare Animali del Parlamento italiano? Venti Deputati e venti Senatori più volte chiamati in ballo per pubblicizzare improbabili vittorie animaliste, il cui silenzio sull’argomento è a dir poco assordante e forse un poco inquietante.

Non sono silenti, però, dalla controparte. Tentano ovunque di minare e depotenziare le istanze animaliste. Dalle Guardie volontarie che si vorrebbero far dipendere dalle ASL, alle stragi dei bracconieri volutamente punite con le ridicole ammende dei reati contravvenzione. D’altro canto si assiste al consenso del disegno di legge di un Senatore il quale, con quattro articoli, vorrebbe far chiudere subito la vivisezione in Italia, punendola con l’articolo 727 del Codice Penale. Un reato che nulla ha di pertinente, oltre ad essere di contravvenzione (tanto per rimanere in tema).

Ormai più di venti anni addietro venne approvata una legge che di cani ne ha salvati veramente tanti. Non erano quelli di Green Hill, bensì i randagi di tutta Italia che dopo pochi giorni di permanenza presso i canili municipali, venivano soppressi. Proprio come ancora si fa in molti altri paesi che, immemori, definiamo trogloditi. I cani finivano egualmente nei laboratori della vivisezione o chissà in quali altri luoghi. Sarebbe ancora così con la Direttiva vivisezione, se non fosse proprio la famosa 281, la legge sul randagismo. Qualcuno, di quella legge, nella pratica attuativa, ne ha stravolto il significato, creando la figura del canile lager. Il principio, oltre che la vita di centinaia di migliaia di cani, fu però fatto salvo. Quella legge divenne la speranza per gli animali nei circhi, per quelli sperimentati, per tutte le nuove istanze proposte da una parola, animalismo, che usciva in quegli anni rafforzata grazie ai nuovi testi dei filosofi del pensiero.

Quella legge ora la vogliono affossare in Parlamento, ma allora era la legge Procacci. Annamaria Procacci, la parlamentare dei Verdi ancora in buona parte scollegati da logiche di appartenenza, presidiava ogni riunione di Commissione. Non aveva Federazioni, ma l’ideale coinvolgimento di una opinione diffusa e speranzosa, come tutte le cose nuove. Non c’era passaggio parlamentare che non veniva contraddistinto da una protesta/proposta, comunque dalla sua presenza dietro quelle porte. Emendamenti, sit in, pure il rimprovero di un nome molto noto nella politica di allora che un giorno le promise che la “sua” legge non sarebbe mai passata finché ci sarebbe stato un solo bambino al mondo a patire la fame. Poi, quella stessa persona, un giorno anticipò il risultato che, incredibilmente, si avverò. L’Italia non avrebbe più ucciso cani randagi. Sono sorti poi altri problemi, ma non scordiamoci che il testo di quella legge è oggi stravolto presso la Commissione Affari Sociali della Camera, dove fino a poche settimane addietro il Relatore (noto parlamentare componente dell’Intergruppo Parlamentare Animali ), e non solo, continuava a sottolineare la bontà del provvedimento. Non valga l’esempio del parlamentare in questione, ma non meravigliamoci se poi chi ora dice di bruciare Green Hill, un domani prenderà le distanze da chi lo farà.

Il movimento c’è. Era ieri per le strade di Roma. Il Corriere della Sera ha dedicato una diretta. Tutti i giornali hanno fotografie e fotogallery per i siti web. Ieri, ad organizzare la manifestazione, sono state due sigle inesistenti o comunque poco conosciute fino a poco tempo addietro. Occupy Green Hill e Coordinamento Antispecista del Lazio. Diecimila persone sono una rivoluzione, sicuramente per l’animalismo.

Intanto il 30 giugno si torna in piazza. A Montichiari, direttamente nei luoghi simbolo della vivisezione. Ad organizzare il tutto è il Coordinamento Fermare Green Hill. Ore 15.30 Piazza del Municipio.

Giovanni Guadagna
Redazione GeaPress

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