nutria
GEAPRESS – Nelle ultime settimane si legge sempre più dell’ipotesi di avviare verso i piatti dell’alimentazione umana, la carne delle tanto criticate Nutrie. Parrebbe, dopo decenni di cronache truci, che il roditore abbia finalmente trovato una collocazione positiva: la pancia dell’uomo.

L’idea, al di là della sua fattività, ha iniziato sempre più ad imporsi nelle cronache dopo che, nel 2014, un provvedimento del Governo ha equiparato la nutria a ratti e talpe.  Le Province (almeno quelle che resistono alla loro agonia) hanno subito predisposto una Ordinanza tipo da proporre ai Comuni: via libera all’abbattimento delle nutrie. I Comuni, in realtà, già da diverso tempo avevano in tal senso provato, ma il TAR, su ricorso degli animalisti, tendeva a cassare i loro provvedimenti sostenendo, tra l’altro, la competenza provinciale in tema di fauna selvatica.

Proprio nei provvedimenti dei Comuni appariva, però, un pericolo dai connotati bubbonici. La Nutria, cioè, veniva individuata come serio rischio per la diffusione della leptospirosi, una grave malattia infettiva di origine batterica. Di Leptospire, ovvero le specie del batterio in oggetto, ve ne sono in realtà diverse e la bibliografia medica è pressocchè sconfinata. In estrema sintesi  si potrebbe dire che le Leptospire vivono nei pressi delle zozzure di un altro mammifero: l’uomo.

La Nutria, già con le prime Ordinanze comunali, era comunque da sterminare. Danni alle colture e agli argini (oltre allo spaventevole pericolo per la salute umana), predisponevano a descriverla in maniera … pestifera! Ad intervenire sul campo, un po’ come ai tempi di Cappuccetto Rosso, i soliti cacciatori sebbene, nella bibliografia sulle Leptospire, a rischiare maggiormente sarebbero proprio le persone che stanno più direttamente a contatto con un corpo infetto. Ad ogni modo le Nutrie ammazzate, essendo per legge un rifiuto, vanno smaltite secondo l’attuale norma.

Ora che la Nutria si potrà uccidere come sempre desiderato, che fine hanno fatto le Leptospire?

In effetti un lavoro presentato dal Ministero dell’Ambiente e dall’ISPRA pubblicato nell’estate 2001, richiamando uno studio dell’ASL ferrarese, evidenziava già come la Nutria potesse avere un ruolo di “portatrice secondaria”. Sembrava, infatti,  un soggetto “occasionale e quindi di scarsa rilevanza epidemiologica, almeno per quanto riguarda le leptospire del gruppo icterohaemorrhagiae“.

Va precisato che il lavoro affrontava in maniera approfondita e sotto vari aspetti, la problematica Nutria. Ad ogni modo sembrava quasi stemperare, sempre a proposito della Leptspirosi, i toni allarmistici di talune  Ordinanze comunali.

Il “problema Nutria”  sembrano ora potere subire un nuovo ribaltone.

Nei giornali si è fatto l’esempio di alcuni paesi, ivi compresi alcuni UE, ove la Nutria si mangia. In America la sua carne  sembra essere un pezzo prelibato della cucina locale. Addirittura la FAO l’avrebbe indicata per l’alimentazione di alcune aree del mondo (quelle povere) e, di questo passo, c’è da aspettarsi come la veicolazione mediatica riguarderà non più il rischio batteriologico ma le ricette di cucina. La Nutria si è elevata dal bassofondo di schifoso abitatore di acque contaminate (dall’uomo) ad eccelso piatto da portata. Felici e contenti di andare in giro a sparacchiare Nutrie, potremo sbizzarrici in sincretismi culinari come, ad esempio, la polenta e nutria, oppure il salame di roditore al posto di quello tradizionale di poveri asinelli tritati. Potremo magari gustare l’amatriciana di Nutria teverina e, perchè no, pure una bella arancina di riso con il macinato di primo taglio. Uscita dalla legge sulla caccia, la Nutria potrebbe in qualche maniera rientrarvi come ricetta  alla cacciatora oppure, richiamando un titolo forte del mondo venatorio dedicato al beccaccino, potrabbe cantare le lodi di “Io il vino e il nutrino”.

Con la Nutria si sta forse iniziando ad assistere ad una nuova epopea della nostra epoca. Una  cavalcata entusiasmante attraverso gli sconfinati spazi di una prateria piegata dal vento, ove si può imporre tutto ed il contrario di tutto.

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