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GEAPRESS – La vicenda è ormai  nota. Il piano di abbattimento dei Daini della Pineta di Classe, in provincia di Ravenna, sarà effettuato. Il ricorso intentato dalle associazioni è  caduto innanzi al Consiglio di Stato. Le motivazione dei Giudici Amministrativi, sintetizzate in un comunicato diffuso dall’Associazione Vittime della caccia, le lasciamo  fuori da questo Editoriale. Vorremo, invece, provare a capire perchè, nel 2015, si deve ricorrere ai fucili per contenere i Daini. E’ poi giusto contenere i Daini?

La seconda domanda sembra avere, per gli esperti,  una facile risposta. I Daini, sebbene di antica presenza, non sono originari del territorio italiano. Oltre a ciò si riproducono velocemente, sembrano imporsi su altri cervidi e possono arrivare a danneggiare la vegetazione forestale. Dunque devono diminuire a prescindere da chi e perchè li ha fatti arrivare. In altri termini sono un ulteriore segnale (tra i tanti) dello squilibrio ambientale causato dall’uomo che ha ridotto la natura finanche in piccole porzioni di territorio. Nel caso della Pineta di Classe, la porzione di natura è circondata da aree intensamente coltivate, strade di grande comunicazione, oltre che da rumorose macchine per il divertimento di massa e vicini zoo con zebre ed antilopi africane.

La  presenza del Daino nei ritagli di natura, è nota anche per altre parti del nostro paese. Fettine  di importanti boschi costieri e foreste planiziarie, resistono nel litorale tirreno e, per l’Adriatico, nel  bosco della Mesola, in provincia di Ferrara. Proprio in quest’ultimo importante ritaglio, vive un cervo molto particolare. Gli esperti dicono essere l’unico  autoctono (ovvero orginario) dell’Italia peninsulare. Un gioiello naturalistico, che va senz’altro preserbato, tutelato ed auspicabilmente reintrodotto in altre zone. Non fosse altro per riportare un pizzico di natura un tempo in equilibrio con il territorio italiano ora popolato di cinghiali centroeuropei, mufloni e persino nuclei di cervi giapponesi e capre berbere (questi ultimi due finiti nei piani di eradicazione). Non si tratta sempre di immissioni a fini venatori, ma anche di fughe da allevamenti amatoriali.

Ritornando ai Daini va detto che in Italia vengono uccisi anche in altri rettangoli di natura. A Ravenna, però, qualcosa è sfuggito di mano e il caso, grazie agli animalisti, è ribaltato alle cronache nazionali. Un motivo, questo, per essere comunque orgogliosi della battaglia intrapresa contro un sistema che appare a molti incomprensibile. Uccidere per tutelare. Così, mentre da un lato della strada si è arrivati  a costruire un turistico zoo con animali rinchiusi con la presunzione di educare e salvare la biodiversità, dall’altro lato della carreggiata, ovvero nella Pineta di Classe, altri animali si uccidono sempre per salvare la bodiversità. Un equilibrio “perfetto”, se osservato da una visuale un po’ più ampia della politica del territorio.

Ciò non toglie che localmente i problemi continuano a presentarsi e, senza entrare nel merito di una schizofrenia dalle radici molto antiche, bisogna affrontarlo.

Eppure, riferiscono gli animalisti, per contenere i Daini vi sono metodi incruenti. Anzi, la legge dovrebbe dar loro priorità. Perchè allora ucciderli? Gli animali non possono sapere di essere nel bel mezzo di un relitto di natura ed a modo loro sono liberi di mangiare, riprodursi, allattare i piccoli senza alcuna volontà di distruggere un bosco importante e che non appartiene alla loro specie. In quel bosco rincorrono e combattono i loro amori;  da un lato della Pineta di Classe annusano nel cuore della notte, l’aria carica di salsedine che arriva con le foschie maturate in mare (dall’altro lato vi sono strade, montagne russe e cammelli).  Nel folto di quegli umidi profumi, “spiano” con i loro grandi occhi quello strano essere che  ormai da diverso tempo ha mutato la sua pelle con mille artificiali colori. Per gli ungulati, in Italia, ha creato la quota zero (centrati dai fucili fin dalla nascita) e via crescendo, impallinando fino ai giovani dell’anno, maschi, femmine, femmine gravide. Un asettico ordine che tiene conto  di classi e densità sul territorio, secondo gli schemi di una scuola poco invidiabile, fatta di alunni da scartare o promuovere per una vita disciplinata.

Nella Pineta di Classe entreranno i cacciatori abilitati, mentre nel non molto distante bosco della Mesola,  si pensa di trasferire piccoli nuclei dell’esclusivo cervo per ripopolare i boschi laziali e siciliani. Il loro numero, secondo i diagrammi diffusi dalla Regione Emilia Romagna, è aumentato dai circa 130 del 2003 agli oltre 250 del 2014. Man mano che i Daini  diminuivano loro aumentavano. I cervi, forse, iniziano ad essere troppi anche per il  rettangolino di antica primordiale foresta scampata alle manomissioni dell’uomo e si provvederà al loro trasferimento. Invece, per i Daini del bosco della Mesola, ha riferito l’ISPRA in una sua Guida sulla gestione degli ungulati, non risulta opportuno procedere alla cattura per inserirli in natura. La specie, infatti, è problematica. Si procede, dunque, con l’abbattimento diretto; il metodo suggerito è stato quello dei battitori, animali rinchiusi in recinti e comunque le uccisioni. Questo perchè, riferisce sempre l’ISPRA, l’abbattimento diretto “risulta l’intervento gestionale sicuramente più efficace e meno oneroso, mentre non risulta concretamente praticabile il ricorso alle tecniche di controllo della fertilità, in quanto di difficile applicazione nel contesto specifico e caratterizzate da un rapporto costi/efficacia del tutto improponibile“. I Daini, come riferito sopra, si potranno comunque catturare, ma per essere poi uccisi.

Sembra di capire che, in quel caso, sia anche un problema di soldi.

La Redazione

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