Ergastolani senza appello, questo il destino dei cani randagi italiani reclusi in carceri vuoi fatiscenti,  vuoi più moderni, ma pur sempre loculi di cemento con vista su praticello spelacchiato.
Oriana Fallaci, nel libro Un Uomo, descrive la prigione di Alekos Panagulis voluta dai Colonnelli greci: un cubo di cemento in uno spiazzo asfaltato ed assolato con vista su due cipressini, piantati all’ingresso del cubo, un loculo per viventi.

Come i Colonnelli greci siamo corresponsabili della sepoltura da vivi di milioni di viventi! Per questo orrore i nostri amministratori spendono milioni di euro, alimentando il business dei randagi, che non deve conoscere decremento, pena la solidità delle “imprese” nazionali coinvolte e con il relativo ricatto occupazionale!
Piccoli comuni incapaci di programmare, ma anche semplicemente di usare il buon senso. Ci si illude di poter risolvere un problema con chi su quel problema lucra. La maggior parte delle volte è ai gestori dei canili convenzionati che le amministrazioni si rivolgono per affrontare il randagismo. Le associazioni, anche se presenti ed operanti nel territorio, vengono volutamente ignorate, hanno il torto di reclamare diritti, ovviamente per i randagi!
Comuni “costretti” a spendere generose porzioni del loro bilancio per arricchire ditte prive di scrupoli che accalappiano e “mantengono” i randagi a fronte di diarie più o meno onerose. Siamo a conoscenza di proprietari  di canili che riescono a gestire canili con migliaia di detenuti viventi!

Non mancano i Sindaci fai da te, che affrontano in maniera diciamo fantasiosa (e spesso criminale) il fenomeno randagismo. Troppi randagi? C’è  chi li vuole incenerire, chi novello sceriffo ne ordina l’abbattimento, chi li svende con foto taroccate.
Qualche randagio, con lo stesso rapporto che corre tra cittadini comuni  e cittadini che vincono un terno al lotto,  trova adozione presso le famiglie. Ma per la grande maggioranza resta solo l’ergastolo, fine pena mai!

Sul fascicolo del condannato all’ergastolo* appare la dicitura “fine pena mai”, fino alla morte, qualcuno butterà la chiave. La pena assoluta, inammissibile anche per chi ha commesso reati gravissimi, è comminata a cuor leggero ai nostri randagi, colpevoli di essere nati, spesso per incuria degli umani, colpevoli di essere stati usati e abbandonati, colpevoli di essere non-colpevoli.

Elisa D’Alessio
Presidente associazione GeaPress

* ergastolo: Il greco ergasia indica il lavoro, l’attività; il latino ergastolum indica il luogo di correzione presso le fattorie in cui si tenevano gli schiavi, con la catena al piede, costretti ai lavoro forzati e condannati a non uscire mai: pena perpetua.
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