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GEAPRESS – Una notizia recente e sulla quale vi è poco da aggiungere se non rimanere sgomenti per il bimbo morto dilaniato in un giardino di casa di Mascalucia, in provincia di Catania.

Due cani di razza Dogo argentino ed una aggressione mortale la cui dinamica dovrà essere attentamente ricostruita. Addestratori, educatori ed altri operatori del settore hanno fornito ognuno la propria spiegazione più o meno coincidente con un concetto che parrebbe fondamentale: bisogna educare i padroni. Questo come regola generale, visto che, appunto, l’esatta dinamica di quanto successo a Mascalucia, ancora non si conosce.

Sulle cronache di Palermo de La Repubblica di ieri è stato evidenziato come la principale razza che appare più mordace nelle statistiche dell’ASL del capoluogo siciliano è il piccolo, a volte piccolissimo, Yorkshire. Dogo argentino, Rottweiler, Pit bull e le mille variabili di quest’ultima razza, non sono in cima alla lista se non per l’ovvio clamore che suscitano ad ogni loro seria morsicatura.

Statistiche a parte, solo in anni recenti il legislatore si è accorto dell’esigenza di tentare di normare sulla “pericolosità” delle razze canine. Si iniziò a parlare dell’argomento nella seconda metà degli anni novanta ma non sull’onda emotiva delle aggressioni, bensì su quella dei combattimenti divenuti noti, per la loro gravità, solo da pochi anni. La proposta governativa di intervenire in qualche maniera sulla libertà di razza (canina) creò un vespaio di polemiche, sia per la reale efficacia in tema di repressione dei combattimenti (non c’è riuscita neanche la 189 del 2004 che un pizzico più pesante è stata) nonché per l’iniziale dibattito sull’effettiva pericolosità di alcune tipologie di cani.

Corale fu l’appello degli allevatori: non criminalizziamo le razze!

Come reagì il mondo animalista? Forse assecondando un po’ troppo l’idea del buonismo pro razza al fine di condurre in porto la legge combattimenti (che non venne approvata). Del resto i primissimi Pit bull sequestrati in Italia fecerono nota (salvo qualche caso che costò numerosi punti di sutura) per la loro bontà.

Nella storia di come normare le razze, seguirono black list, patentini per i futuri possessori ed infine patentini solo per i padroni dei cani morsicatori. Della serie, più o meno, abbiamo fatto un buco nell’acqua. Vuoi mettere, sotto il profilo commerciale, l’incidenza di un patentino preventivo rispetto a quello rilasciato quando il cane si è (poi) rivelato problematico? E poi, in un litigio casuale ma dall’esito scontato tra un Rottweiler ed uno Yorkshire, siamo sicuri che non sia prorio quest’ultimo ad essere stato il più aggressivo? Fiumi di parole, si direbbe, che purtroppo non hanno portato a nulla di concreto.

Perchè non riprendere dall’inizio e riproporre l’idea che le razze potrebbero anche scomparire dal loro percorso con l’uomo? In fin dei conti, a proposito di storia, vi è già il precedente che riguarda direttamente la nostra specie la quale (almeno ufficilamente) non riconosce razze se non, forse, nell’antropologia forense. In fin dei conti (i cani) sono tutti lupi, manipolati geneticamente per diventare pastori, difensori, sminatori, attaccanti, riportisti e così via scorrendo tra le varie “professioni” imposte per nostro uso e consumo (anche commerciale).

L’idea rimarrà tale, perchè è chiaro che siamo lontani non pochi milioni di anni luce da una società ideale in grado di accettare pienamente l’annullamento del concetto di razza (canina). Si è riusciti con l’uomo ma non con gli animali, sebbene la parola non possiede significato zoologico. Ne ha molti, invece, dal punto di vista zootecnico (oltre che culturale che non giustifica, però, il mantenimento) ma qui torniamo  agli interessi imperanti dell’arbìtrio umano. Preoccupa, però, che l’aggressione di Mascalucia non sia riuscita a fare rimergere, così come successo in altri casi, l’idea di normare la materia. Sembra quasi che non essendoci cani di per sé pericolosi (se non per mole e agilità) ma solo per mancanze educative, tutto può rimanere come prima. Non blocchiamo un Dogo argentino in quanto tale, ma solo quando farà danno. Le probabilità di intervento, in quest’ultimo caso, sono indubbiamente molto meno.

Forse si può altresì pensare che un incidente occorso di tanto in tanto, non rivestirà mai l’inquietante veste del socialmente pericoloso, ossia non scavalcherà quella soglia di pericolosità avvertita dall’opinione pubblica come tale e che impone (ovviamente non più in chiave preventiva) un intervento normativo. Oppure occorre aspettare il morso fatale come la storiella di alcuni anni addietro che girò sul presunto morso di un ragno ad un ex Presidente del Consiglio che amava la Sardegna. Morso oppure no, in men che non si dica andò in Gazzetta Ufficiale la lista delle specie di ragni e di altri aracnidi la cui detenzione venne vietata perchè ritenuti pericolosi per la salute e incolumità pubblica. In quel caso la legge (supposta, oppure no, la reale consistenza della storiella) venne fatta velocemente come già in vigore era la black list delle specie di rettili e mammiferi “pericolosi” ivi compresi daini e cervi le cui cornate potrebbero risultare letali o quasi. Per le specie di rettili e mammiferi, non girò alcuna leggenda relativa ad un Presidente del Consiglio incornato, ma per le razze di cani tutto lascia immaginare di dovere ancora attendere un segnale, quasiasi, di attenzione. Speriamo solo che non sia doloroso.
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