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GEAPRESS – Nella sola giornata di ieri due significativi interventi di polizia, sono avvenuti nelle città di Catania e Palermo. Nel primo caso la Polizia di Stato ha riferito di sospetti combattimenti nel quartiere  Librino. I cani trovati (di cui forse uno coinvolto nel triste fenomeno) sono stati affidati ad un canile. Il quartiere Librino è già noto per sequestri di cavalli ed altri animali ancora. A Palermo, invece, la Polizia Municipale ha posto sotto sequestro l’ex cava che insiste nel quartiere Arenella. All’interno di alcuni immobili definiti “fatiscenti”, sono stati rinvenuti diciassette cani appartenenti a diverse razze tra cui Pit bull. In questo caso, non vi è cenno al sequestro degli animali; viene però reso noto come, una volta rintracciati i proprietari, si sono eseguiti i controlli in merito all’iscrizione  all’anagrafe canina.

Era già successo nel recente passato. Alcuni cani Pit bull trovati nei locali in disuso di un plesso industriale attiguo alla cava. Qualcuno, nelle stanza dell’ex stabilimento, aveva “adornato” con scritte del tipo “W Totò Riina” mentre gli animali, solo in parte trasferiti presso il canile municipale, erano stati consegnati ai presunti proprietari.

Il canile municipale è ora saturo ed i cani di Palermo vengono trasferiti, quando accalappiati, finanche in Emilia Romagna.

Sui fatti ora occorsi all’Arenella non vi è cenno di recenti ipotesi di combattimento e pertanto non rimane altro da fare che prendere atto dell’esistenza di locali definiti “fatiscenti”, di proprietari di cani e di controlli in merito all’iscrizione all’anagrafe canina. Di certo, però, la mancata disponibilità di luoghi ove accogliere animali sequestrati, rimane un serio problema che potrebbe indirettamente favorire anche chi li fa combattere.

Per provare ad analizzare il fenomeno, vale la pena sottolineare come il quartiere palermitano dell’Arenella non è un posto qualsiasi. Un quartiere piccolo la cui strada principale lo divide in una parte a mare ed una a monte. Quest’ultima, con le vie intestate a diversi Pontefici, è quella dell’ex cava. Si tratta, in realtà, di un grande morso nel terreno, ovvero la traccia ad anfiteatro lasciata dagli escavatori in quella che si teme essere stata una importante area archeologica. L’Arenella è altresì uno dei posti più noti dove nel passato ed in più occasioni, sono avvenuti sequestri di cani da combattimento. I luoghi erano sempre gli stessi, ovvero gli immobili (già allora fatiscenti) dell’ex cava.

Alcuni giorni addietro la LIDA di Palermo aveva evidenziato il nuovo possibile boom del fenomeno, sottolineando alcuni segnali che apparirebbero significativi. Tra questi i cani appartenenti a razze particolari che presenziano, con i loro padroni, certi luoghi della città. Sarà ancora una volta l’Arenella? Nessuno, sulla base di quanto riportato ieri dalla Polizia Municipale, può dirlo ma la situazione complessiva della città lascia trasparire come il fenomeno può essere più diffuso di quanto finora immaginato. Palermo, come molto probabilmente anche altre città.

Perchè tutto questo? La mancata reperibilità nei canili, può solo in parte giustificare il perdurare del fenomeno. Il “bene” da tutelare rimane in circolo, ma altri fattori devono incidere.

Quello che di certo  non può sfuggire alla conta degli errori è la mancanza di una legge all’altezza di contrastare il fenomeno. Sebbene il “divieto di combattimenti tra animali” (art. 544-quinquies del Codice Penale) consideri le più severe pene tra quelle previste dalla legge 189 del 2004 (cosiddetta legge contro i maltrattamenti di animali), non è in realtà possibile contestare neanche l’arresto in flagranza fatta eccezione (peraltro in forma facoltativa) solo per particolari categorie coinvolte. Si tratta di chi concorre con minori o persone armate, promuovendo con videoproduzioni o materiale similare, oppure riprendendo o registrando le competizioni. Tutte situazioni difficili da individuare  che si scontrano con la semplice previsione di pena contestata per chi alleva o addestra cani da combattimento. Situazioni queste ultime, molto più comuni, ma che vengono punite in maniera sostanzialmente identica al semplice maltrattamento.

Vale la pena sottolineare come nelle ipotesi di maltrattamento ed uccisioni di animali (come di chi alleva o addestra per la lotta) la pena reclusiva prevista non significa affatto il carcere neanche a condanna definitiva. La previsione, infatti, è di gran lunga inferiore alla soglia di punibilità. Per chi maltratta ed uccide animali non si può applicare neanche il fermo  di indiziato  come le misure cautelari personali. Tutti a casa, pagando alla fine del processo o con Decreto Penale di Condanna e pena ridotta, la sanzione pecuniaria dei reati-delitti: una multa, ammesso che si riesca a riscuoterla. Per la bassezza della pena difficilmente si potranno nutrire serie preoccupazioni neanche per la famosa macchia nella fedina penale.

Per alcuni, si tratta di reati che generano procedimenti penali che vanno ad ingolfare la macchina della Giustizia. In altri termini, i reati di maltrattamento, uccisione, combattimento spettacoli e manifestazioni vietate (per non parlare del semplice reato-contravvenzione di cui all’art. 727 C.P. su abbandono e inidonee condizioni di detenzione) sono reati lievi. Eppure, fin dal 2004, quando cioè la legge venne approvata, si registrarono vari proclami sulla certezza del carcere.  Con il passare degli anni, tali esibizioni potrebbero apparire ancor più incomprensibili, salvo per il vacuo piacere della autoglorificazione.  La migliore dimostrazione che non aveva senso ineggiare ad una improbabile forza di questi reati (almeno per chi ha sostenuto l’esistenza del carcere per i colpevoli) risiede nell’attuale proposta governativa sulla non punibilità per “tenuità del fatto”. Si tratta dei cosiddetti reati “lievi” e tra questi non potevano che essere inclusi proprio quelli che riguardano la protezione degli animali.

Un fatto, quello della non punibilità, che giustamente ha indignato in  molti. In pochi, però, hanno evidenziano come nell’ipotesi di una marcia indietro del Governo i reati in danno agli animali (combattimenti compresi) rimarranno quello che sono, ovvero reati lievi.

La Redazione

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