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GEAPRESS – Con il buon esito delle indagini condotte dai Carabinieri del Comando Stazione di San Filippo Neri dipendente dal Comando Compagnia di San lorenzo di Palermo, sul drammatico fenomeno dei combattimenti tra cani (vedi articolo e video GeaPress), si riscontra un importante punto di svolta utile per l’analisi di un fenomeno che sembrava da anni ormai sopito. Le indagini hanno ancora una volta messo in evidenza il solito giro di personaggi già più o meno conosciuti alle Forze dell’Ordine che in quartieri periferici tendono a specializzarsi nei combattimenti. Giova ricordare a questo proposito come la prima notizia relativa a tale fenomeno per la città di Palermo, riguarda una inchiesta di un settimanale svolta presso un asilo abbandonato del quartiere CEP. Si era agli inizi degli anni ’90 e si parlava proprio di combattimenti tra cani ed uso di bastardini oltre che di razze solitamente utilizzate.

Nel video diffuso dall’Arma dei Carabinieri, è possibile osservare pochi secondi dell’orrendo “spettacolo” che vede protagonista un Pit bull o suo incrocio con un cane non di razza. Il quartiere è quello dello Zen 2. Probabilmente, però, le analogie con quanto avveniva venti e più anni addietro, non finiscono qui. Quasi sicuramente i combattimenti sono in fase di rilancio.

L’intervento dei Carabinieri, presenta come novità pressocchè assoluta l’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria. Ricordiamo che le misure che comportano una qualche limitazione alla libertà personale, valgono solo per gravi indizi di colpevolezza che riguardano reati delitti. I due contestati (divieto di combattimento tra animali e maltrattamento di animali) lo sono entrambi ma, per la particolare misura cautelare, devono necessariamente essere contestate delle aggravanti. Un provvedimento quasi sicuramente inedito nel panorama italiano che denota il buon lavoro degli inquirenti e della Procura della Repubblica.

C’è poi un altro particolare, ancora non conosciuto per Palermo: il ritrovamento di un gallo, ormai morto, con ancora inserita una flebo. Non è pertanto azzardato supporre che in quel posto avvenissero anche combattimenti tra galli.

In città, i primi interventi di polizia in danno a chi faceva combattere i cani, si sono registrati intorno alla seconda metà degli anni novanta. Nei pressi via Paruta, Zen 2 ed Arenella, sono i quartieri certi ove sono avvenute irruzioni di polizia. A metterle in atto anche la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato. Quest’ultima sotto l’importante input dell’allora Questore di Palermo Antonio Manganelli, del quale è doveroso ricordare la sensibilità più volte pubblicamente dimostrata per la repressione di questi reati.

Quasi sempre, con la sola eccezione di un intervento allo Zen 2 in via Colapesce, si è trattato di allevamenti abusivi che si presume fossero utilizzati per i cani combattenti. Tutto, dalle caratteristiche generali dei luoghi al materiale ritrovato, lo faceva supporre. Cani solo in parte feriti e probabile rifornimento di randagi e gatti per gli allenamenti. Questi vengono in genere utilizzati per incattivire il futuro combattente. Le brutalità inferte saranno fatte ricollegare all’incolpevole cane o gatto. Si abituerà a vedere in loro un nemico. Quasi mai, invece, questo deve avvenire per l’uomo, che deve rimanere a fianco del cane (padrone dell’avversario compreso) nel corso della competizione illegale. In uno di questi pseudo allevamenti, gli inquirenti trovarono resti di gatto all’interno dei box mentre nel corso dei sopralluoghi che precedettero lo stesso intervento, veniva osservato con una certa regolarità la presenza di un individuo che a bordo di uno scooter consegnava gatti rinchiusi all’interno di un sacco.

Ci sono poi le indagini che non sono arrivate a conclusioni. Si riferì ad esempio di un certo Max, incrocio tra Pit bull e Rottweiler del quale, in ambiente inquirente, veniva avvalorata l’ipotesi del suo arrivo dalla Croazia in cambio di chissà quale altra “merce”. Il cane, al di là delle fonti inquirenti, era comunque molto noto un po’ in tutti i quartieri di Palermo. La sua vera casa si dice fosse stata nei pressi di Corso dei Mille anche se veniva ceduto per gli accoppiamenti in taluni allevamenti, ovviamente abusivi, della città. Ultimo particolare sul famosissimo Max, era l’uccisione dell’avversario. Il combattimento, cioè, non veniva fermato nel momento in cui l’avversario soccombeva. Questo doveva necessariamente morire sbranato. In gioco c’erano infatti le tecniche di addestramento da ricordare al “mitico” Max.

E’ intorno ai primi anni del 2000 che le segnalazioni sui combattimenti a Palermo, come in altre parti d’Italia, iniziano a calare. Passati di moda forse, oppure relegati ad un giro meno impegnativo. La presenza del cane, in altri termini, attirava troppo l’attenzione delle Forze dell’Ordine e la sensibilità dell’opinione pubblica era al massimo. Negli ultimi tre anni, segnali certi dei combattimenti sono arrivati da Napoli, Catania e Messina. Probabili, invece, per alcune zone del Veneto e della Puglia.

Si tratta, comunque, di segnali preoccupanti e sui quali non incide adeguatamente la legge 189/04 che pur ha fornito la possibilità di applicare lo strumento dell’ obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria. Ricordiamo, infatti che si tratta di ipotesi aggravanti su reati che non prevedono (tranne particolarissime eccezioni e peraltro in forma facoltativa) l’obbligo dell’arresto in flagranza. Più o meno lo stesso discorso è ipotizzabile anche nel caso di condanna definitiva per persone con precedenti penali. Niente carcere, insomma. Nel caso di incensurati, poi, la previsione di pena reclusiva non può mai coincidere con il carcere. E’ difficile ipotizzare che tali pene costituiscono un vero deterrente per soggetti che in genere gravitano attorno ad ambienti avvezzi all’applicazione del Codice Penale. Figuriamoci poi la sanzione pecuniaria. Utile, ma sicuramente in altri contesti, non certo per zone dove finanche l’erogazione dell’acqua è in mano ad organizzazioni illegali.

Sembra, dalle segnalazioni che negli ultimi anno sono pervenute da città come Palermo, ma anche Napoli, Catania ed altri importanti centri, che la “moda” del combattimento sia in qualche maniera proporzionata al ritorno di certe varietà di cani. Un lavoro, quello dell’allevamento, per molti onesto. Purtroppo non per altri che vedono in alcune caratteristiche morfologiche di talune razze (per il carattere, si può invece fare diventare aggressivo anche un volpino) la possibilità di poterli allenare per i combattimenti. Un buon combattente deve essere muscoloso ed agile. La pelle deve essere elastica al fine di rendere meno dannoso il morso dell’avversario. Orecchie e coda devono essere preferibilmente tagliate. L’allenamento, poi, condotto in maniera costante. Pneumatici sgonfi appesi a corde, sono un buon segnale per individuare una palestra di combattenti. Il cane salta e una volta afferrato il pneumatico sviluppa la potenza del suo morso, rimanendo appeso. Resti di animali morti, come cani, gatti ma anche galline, potrebbero rappresentare segni importanti della scalata lungo la scala della crudeltà.

Uno dei fenomeni che però meglio apparve nella prima fase di lancio dei combattimenti a Palermo, era quello dei numerosi ragazzi che a bordo degli scooter, portavano al guinzaglio il povero cane. I più ricchi hanno il tapirulant. Chi vuole risparmiare, lo scooter.

La brillante operazione dei Carabinieri è ancor più apprezzabile per la particolarità della sua origine. Un controllo stradale in via Leonardo da Vinci agli inizi del marzo scorso. Lo scrupolo dell’inquirente ha poi portato all’irruzione nel ring avvenuta nel mese di giugno in tutt’altra parte della città. Le indagini dirette dal Sostituto Procuratore della Repubblica, Dott. Siro De Flammineis, e condotte dai militari della Stazione Carabinieri di Palermo San Filippo Neri, hanno retto all’esame del GIP Dott.ssa Daniela Cardamone che ha emesso i provvedimenti di obbligo di presentazione.

La realtà che è emersa sembrava scordata da tempo. Quello che preoccupa è inoltre la possibile condivisione del fenomeno per via del coinvolgimento di più soggetti, tra cui semplici spettatori ripresi nei video pervenuto poi nelle mani degli inquirenti.

Quando il fenomeno iniziò ad affermarsi a Palermo, si disse che l’allora “videocassetta” serviva a documentare l’esito del match, al fine della successiva spartizione delle scommesse. Un luogo diverso da quello del ring ed al sicuro da irruzioni di polizia. E’ questo, quello dei soldi, un campo quasi invisibile. Quanto frutta un combattimento? Lo sanno solo gli addetti ai lavori. E’ probabile però che il fenomeno che sembra essere tornato in vita, si mantenga ancora su livelli “popolari”.

Personalmente mi è capitato una sola volta di assistere alle fasi preliminari di un combattimento. Lo stavano organizzando in strada nei pressi dell’eterno mercato clandestino di fauna selvatica del quartiere Ballarò. Lo scontro non si è poi svolto perché i due contendenti che avrebbero delegato il loro cane per sbranarsi, non si misero d’accordo sulla puntata. Uno scontro secco, tra i due. La posta in palio era di 200.000 lire. Riscontri delle Forze dell’Ordine sull’entità delle scommesse si contano forse sulle dita di una mano. Le quote vengono stabilite e poi onorate in luoghi diversi da quelli prescelti per il combattimento. Fornire una cifra di massima sull’entità del fenomeno è cosa ardua. Giustamente i Carabinieri riferiscono di lucroso mercato delle scommesse. Definire meglio queste somme, quantificandole poi su stime attendibili, spetterà agli inquirenti.

Giovanni Guadagna
GeaPress – Agenzia di Stampa

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