GEAPRESS – L’On.le Elisabetta Zamparutti (Radicali), congiuntamente ad altri cinque Deputati Radicali, ha presentato una interrogazione parlamentare indirizzata ai Ministeri della Salute, delle Politiche Agricole e dell’Ambiente. Oggetto dell’Atto parlamentare i risultati dell’inquietante inchiesta de L’Espresso sul mondo degli allevamenti e della macellazione italiano.

I Dispiaceri della Carne, questo il nome dell’inchiesta, non ha però trovato conferma nelle rassicuranti dichiarazioni del Sottosegretario alla Salute Francesca Martini. Il Sottosegretario, infatti, ha sottolineato come la professionalità dei Veterinari italiani garantisce tutta la filiera della carne.

Considerata, però, l’entità dei presunti orrori relativi alla salute degli animali da macello e dell’uomo che se li mangia, è difficile stare tranquilli. Medicinali che sfuggono ai controlli, controlli a sua volta in percentuali minime rispetto al totale del macellato, presenza sconcertante di rilevanti percentuali di pericolosi batteri tra cui quello della salmonella.

Sul banco degli “imputati” anche un documento riservato che sarebbe stato discusso al Ministero della Salute dal quale emergerebbero dati improbabili. Elevatissimo, inoltre, il numero di animali macellati nella totale clandestinità dalla malavita organizzata. Addirittura ben 200.000.

Si attendono ora le risposte del Ministero dell’Ambiente delle Politiche Agricole e del Ministero della Salute.

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di seguito l’interrogazione dell’On.le Zamparutti:

ZAMPARUTTI, BELTRANDI, BERNARDINI, FARINA COSCIONI, MECACCI e MAURIZIO TURCO. –
Al Ministro della salute, al Ministro delle politiche agricole, alimentari e
forestali, al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del
mare.
– Per sapere – premesso che:

secondo quanto riporta Riccardo Bocca in un articolo de L’Espresso di
venerdì 23 luglio 2010, non vi sono certezze riguardo ai controlli dei
veterinari pubblici sulla carne macellata in Italia;

Francesca Martini, sottosegretario alla Salute, rassicura: «Il consumatore
italiano può stare tranquillo» e garantisce che «la sicurezza della filiera
alimentare è assoluta, anche per la carne. Tutti gli standard europei
vengono rispettati. I nostri veterinari sono un esempio di professionismo.
Dunque non c’è da preoccuparsi»;

tuttavia, intrecciando i dati dell’anagrafe nazionale bovina, dell’lstat e
dell’Unione nazionale avicoltura con le statistiche del piano nazionale
residui, il programma ministeriale «di sorveglianza sulla presenza, negli
animali e negli alimenti di origine animale, di residui di sostanze chimiche
che potrebbero danneggiare la salute pubblica», emergono dati poco
entusiasmanti: nel 2009, la percentuale dei controlli sui bovini macellati
(in tutto 2 milioni 949 mila 828) ha riguardato 15 mila 803 capi, ed è stata
pari allo 0,5 per cento. Dei 13 milioni 616 mila 438 suini macellati,
invece, i veterinari ne hanno controllati 7 mila 563, cioè lo 0,05 per
cento. Ancora meno sono stati controllati gli 11 milioni 740 mila quintali
di volatili macellati (tra polli, tacchini, oche e quant’altro), con un
totale di 4 mila 316 verifiche e il record negativo dello 0,03 per cento
(inferiore agli standard imposti dalle direttive Ue);
un problema di prima grandezza, considerando che lo scorso anno gli italiani
hanno consumato in media 92 chili di carne a testa, e che per il presidente
di Assocarni Luigi Cremonini «i consumi sono destinati a crescere». Eppure
l’opinione pubblica sembra non essere interessata a conoscere cosa può
nascondere la carne. Sostiene Enrico Morioni, presidente dell’Associazione
veterinari per i diritti animali (Avda): «Al massimo si agita quando
scoppiano episodi di straordinaria gravità: come l’influenza aviaria nel
1999 e 2002, la cosiddetta mucca pazza nel 2001, o le carni suine irlandesi
contaminate dalla diossina nel 2008». Emergenze che la sanità italiana ha
affrontato senza sbandamenti, adeguandosi velocemente ai protocolli
internazionali. La comune origine di questi allarmi è rimasta identica: «Una
zootecnia suicida basata sugli allevamenti intensivi», la chiama Roberto
Bennati, vicepresidente della Lega antivivisezione (Lav);

al posto dei pascoli si sono imposti capannoni «dove gli animali vivono in
condizioni di sovraffollamento, immersi nell’inquinamento dei loro stessi
escrementi (pregni di ammoniaca per i bovini, e metano per il pollame), con
limitate possibilità di movimento e reiterati bombardamenti farmacologici».
Non importa che anche la Food and Agricolture Organization, a nome delle
Nazioni Unite, definisca queste strutture «un vivaio di malattie emergenti»;

malgrado la crisi, l’industria italiana delle carni nel 2009 ha fatturato
20,5 miliardi di euro: è una cifra che colpisce, oltre che per dimensioni,
per il confronto con la quantità di bestiame che muore all’interno delle
nostre aziende zootecniche. «Nel 2008», documenta la Lav, «sono morti in
Piemonte 20 mila 700 bovini allevati. In Veneto sono arrivati a quota 24
mila 433. In Emilia Romagna ne hanno contati 18 mila 217 e in Lombardia 67 mila 996»;

a Colombaro di Formigine, provincia di Modena, la realtà della società
agricola Colombaro fa comprendere la drammaticità della situazione: «Qui
cresciamo 20 mila suini»: maialini schiacciati, durante lo svezzamento, in
ogni metro quadro; altri in un metro quadro tra i 70 e i 180 giorni di vita;
ancora, 80 centimetri pro capite nei quali si trovano i suini all’ingrasso.
Il titolare spiega: «Anche noi preferiremmo allevare maiali con altri
criteri, più rispettosi del loro benessere. Ci abbiamo pure provato, ma
prevalgono le esigenze commerciali»;

i tecnici dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) hanno
presentato nel 2009 un’indagine sulla salmonella nei suini da riproduzione.
Il risultato, accolto dal silenzio dei mass media, è che il batterio risulta
presente nel 51,2 per cento degli allevamenti italiani;

«Sempre l’Efsa», spiegano, «ha concluso uno studio sulle carcasse dei polli
da carne, e la scoperta è che nel 2008 il 49,6 per cento dei campioni
italiani era affetto da campylobacter (un batterio che, in caso di cottura
non completa della carne, può provocare forti dolori addominali, febbre e
diarrea), mentre il 17,4 mostrava tracce di salmonella»;

il Piano nazionale residui dovrebbe individuare le sostanze illegali
somministrate al bestiame per prevenire i malanni e velocizzarne la
crescita. «Nel 2009», racconta Gandolfo Barbarino, responsabile dell’Unità
operativa igiene degli allevamenti piemontesi, «su 33 mila 552 campioni
analizzati, è risultato positivo appena lo 0,22 per cento. […] i riscontri
si basano sulle analisi chimiche di fegato, carni, sangue e urine. E chi
pratica il doping, in questo campo, ha raggiunto livelli di tale
raffinatezza da sfuggire ai controlli»;

un allevatore campano spiega le dosi e i tempi delle sostanze proibite dei
dopanti per i bovini: «per far crescere alla svelta gli animali si dà
estradiolo con testosterone o nandrolone. Poi si passa ai beta agonisti, che
favoriscono la diminuzione del grasso, fino alla vigilia della macellazione.
E nell’ultimo periodo, utilizziamo i cortisonici per aumentare la ritenzione
idrica e definire al massimo la massa muscolare». Rimane la certezza
dell’impunità totale, a causa della presenza della camorra;

il biologo Pierluigi Cazzola, responsabile a Vercelli dell’Istituto
zooprofilattico sperimentale (Izs), rivela i dati del documento riservato, e
non ufficiale, che il Ministero della salute ha discusso il 19 maggio 2010
con esponenti dei carabinieri, dell’Istituto di zooprofilassi e
dell’Istituto superiore di sanità. «Al centro dell’attenzione, c’era la
tabella del ministero con i farmaci prescritti agli animali d’allevamento»,
spiega un testimone. «In particolare, si è chiesto alle Regioni di
specificare quante volte nel 2009 i veterinari avessero legalmente permesso
agli allevatori di utilizzare sostanze delicate per la salute animale (e
quindi umana) come gli ormoni». «L’esito, poco credibile, è che in Emilia
Romagna su 46 mila 383 prescrizioni ordinarie non è risultato nessun caso.
Idem per la Sicilia, su un totale di 9 mila 641 prescrizioni. Per non
parlare di Lombardia, Liguria, Campania, Calabria, Basilicata, Veneto,
Friuli e Sardegna, che scaduti i termini di consegna non avevano ancora
inviato i dati»;

anche le marche auricolari, i sigilli che per gli animali equivalgono a
carte d’identità, un tempo targhe metalliche, pertanto difficilmente
trasferibili da una bestia all’altra, oggi invece sono di plastica, si
staccano senza problemi, e vengono applicate alle bestie straniere,
importate di nascosto ed escluse dal circuito sanitario. Vi sono casi in cui
le marche auricolari non vengono applicate e si allevano animali malati;

quanto al fronte estero, al rischio che i nostri confini siano attraversati
da bestiame malato o fuori controllo, è utile leggere i regolamenti
comunitari: si apprende, infatti, che in Europa i controlli spettano alle
nazioni che esportano bestiame, mentre gli Stati riceventi possono giusto
svolgere «controlli per sondaggio e con carattere non discriminatorio». Un
obbligo che limita la rete dei nostri Uffici veterinari per gli adempimenti
degli obblighi comunitari (Uvac) e dei Posti di ispezione frontaliera (Pif):
grava il sospetto sul lungo elenco di nazioni che potrebbero non segnalare
alcuna positività delle loro bestie alle sostanze proibite. Tra queste,
recita la tabella disponibile del 2007, Bulgaria, Danimarca, Estonia,
Finlandia, Ungheria, Irlanda, Lussemburgo, Romania, Slovenia, Repubblica
slovacca e Svezia. Il Wwf Italia parla del documento sul ciclo illecito
degli scarti di macellazione in Campania, Basilicata e Puglia, in cui si
spiega come parti di animali a rischio non vengano eliminati dopo la
macellazione, ma rientrino nel sistema alimentare sotto la guida di
organizzazioni criminali;

nel febbraio 2010, il Nucleo anti sofisticazioni dei Carabinieri (Nas) ha
sequestrato 18 tonnellate tra carne e prodotti di origine animale: non solo
trovati in pessimo stato di conservazione, ma privi della bollatura
sanitaria: individuati 102 centri di macellazione clandestina e denunciate
113 persone per il mancato rispetto delle norme igieniche e la non corretta
tenuta dei capi animali da parte degli allevatori;

una comunicazione riservata del Nucleo agroalimentare e forestale (Naf)
spiega che «le macellazioni clandestine interessano (in Italia) circa 200
mila bovini, che spariscono ogni anno dagli allevamenti ad opera della
malavita»;

in provincia di Treviso è stato stretto un accordo tra Adiconsum
(Associazione in difesa di consumatori e ambiente), consorzio Unicarve e
supermercati Crai per garantire ai consumatori carne che abbia una
tracciabilità totale: dalla nascita dell’animale fino al banco vendita -:

se i Ministri siano a conoscenza dei dati sconcertanti di cui in premessa e
se li confermino;

considerati i dati in premessa, in base a quali elementi il Sottosegretario
alla salute, Francesca Martini, abbia usato le parole rassicuranti citate in
premessa;

se i Ministri interrogati intendano avviare un’ampia e dettagliata indagine
sugli allevamenti presenti nel territorio italiano, al fine di salvaguardare
la salute pubblica, garantire agli animali le condizioni per una vita sana e
naturale e scongiurare il sopravvento della criminalità organizzata, interna
ed estera;

se e quali iniziative intendano adottare al fine di garantire ai cittadini
informazione e diffusione dei dati relativi alle sostanze presenti nelle
carni;

quali iniziative, inoltre, intendano intraprendere al fine di salvaguardare
il rispetto della vita degli animali e creare una coscienza pubblica;

quali provvedimenti si intendano adottare al fine di tutelare la trasparenza
dei controlli nel settore;

se si intendano promuovere l’adozione di accordi sull’esempio della
provincia di Treviso;

quali elementi intenda fornire il Ministro della salute, in merito al
documento riservato, e non ufficiale, discusso il 19 maggio 2010, nel quale
emergono dati improbabili, per quali motivi alcune regioni si siano arrogate
il diritto di non inviare i loro dati entro il termine prestabilito per la
consegna e quali azioni si intendano promuovere in proposito.