GEAPRESS – Basterebbe solo la sostenibilità ambientale, tanto proclamata dagli organizzatori del Salone del Gusto di Torino, per mettere in evidenza una incongruità. Non è, infatti, negli allevamenti di carne o altri derivati biologi degli animali che si ha più sostenibilità. Anzi.

Un allevamento biologico, almeno in termini di superficie occupata, è sicuramente più impattante di un allevamento intensivo.

Quale soddisfazione comporterà il difficile intento di essere tutti ricchi da comprarsi la costosa carne biologica quando l’animale sempre ammazzato finirà? La soddisfazione sarà nell’essere consumatore, non certo animalista men che meno ambientalista.

Finiranno uccise anche le galline ovaiole non in batteria se fuori produzione così come i maschietti nati per gli allevamenti biologici, se di varietà ovaiola. Saranno eguali numeri da macello, utili a preservare egoisticamente il palato umano accettando tutto il resto. Una gallina ovaiola, appena avrà abbassato la sua produzione finirà uccisa alla stessa maniera di una allevata a suon di antibiotici in superfici più ridotte. Il consumatore allora scelga, non tra carne da allevamento intensivo e biologica, ma semplicemente se mangiare carne oppure no.

Sul chiaro concetto che carne uguale morte, la tre giorni del Salone abbinata alla manifestazione internazionale “Terra Madre”, è stata accompagnata dalla protesta di molti attivisti “armati” di volantini e striscioni. Solidarietà, pertanto, agli ospiti che a pezzettini, in salamoia o insaccati, venivano mostrati negli stand del PalaIsozaki di Torino. Durante la cerimonia conclusiva di domenica 24 ottobre, il picco della protesta. Proprio mentre si stava iniziando a discutere dell’alimentazione “sostenibile” un attivista mascherato da maiale insanguinato ha raggiunto il bel palco verde ed è crollato a terra. Un’altra attivista, invece, raggiungeva il palco con un megafono chiedendo alcuni minuti per poter dare voce a ognuno dei polli, dei pesci, dei maiali, dei conigli, dei bovini e di tutti gli altri individui sfruttati e sterminati.

In fin dei conti, non la specie di appartenenza, ne la lunghezza della catene ne le pseudomigliorie degli allevamenti possono giustificare la morte. Del resto la politica dei piccoli passi non ha partorito granché. Basta guardare il disastro dei recepimenti italiani delle Direttive europee sugli allevamenti. Dei maiali, tanto per rimanere in tema, innanzi tutto.

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