GEAPRESS – Saranno abbattute oggi le 650 pecore contaminate in un ampio terreno che vede interessare l’area industriale di Taranto. Oggetto più volte delle cronache le acciaierie Ilva che, dal canto suo, ha più volte smentito ogni coinvolgimento relativamente alla emissione del veleno che ha contaminato un’area, ora interdetta al pascolo, di un raggio di ben venti chilometri.

Paradossalmente il nome della direttiva europea 96/82/CE sul censimento dei siti industriali ad alto rischio, come la zona industriale di Taranto, è legata alla tristissima vicenda di Seveso. Nel 1976 una fuga di diossina dall’ Icmesa, causò un disastro ambientale dalle proporzioni mai esattamente definite. Gli abitanti, in qual caso, avevano denunciato negli anni la morte inspiegabile di numerosi animali. Nel caso delle pecore di Taranto, già in 1500 uccise a partire dal 2008, non stanno morendo ma si provvederà lo stesso a farlo perché non servono più. Gli scarichi industriali hanno contaminato i pascoli e da qui le pecore ed il latte prodotto.

In Puglia si solidarizza con gli allevatori, ma alle pecore contaminate nessuno ha pensato, se non ad eliminarle in quanto non più produttrici di latte valido per l’alimentazione umana. Intanto c’è chi giura che nel raggio di venti chilometri dalla zona industriale, teoricamente interdetto, altre pecore hanno ripreso a pascolare. Cosa ci si deve augurare per queste ultime? Doppiamente vittime delle distrazioni dell’uomo, faranno prima o poi la stessa fine di quelle che le hanno precedute quando qualcuno si accorgerà di dover vigilare sugli allevamenti. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).