GEAPRESS – Nuovo maxi sequestro del Nas di Milano ai danni di chi, disonestamente, opera nella filiera del pesce. Questa volta a finire nella rete del Nucleo antisosfisticazioni sono state ben 30.000 confezioni di surimi pari a tre tonnellate, più due quintali di salmone, etichette, bilancia elettronica di precisione, prodotti smacchianti per le etichette. Il tutto funzionale a riciclare prodotti acquistati all’ingrosso, posticipandone falsamente la data di scadenza. Una macchina del riciclaggio, in particolare, di surimi scaduti da distribuire nei supermercati del nord Italia. Valore dell’intera struttura: tre milioni di euro.

Se questo era il riciclato, c’è da chiedersi cosa lo componeva, visto che il surimi altro non è che il frutto della lavorazione di pesce, spesso, nella tradizione popolare giapponese, derivato da scarti. Un misto di cucina povera e di abilità nel conservare il pesce. Nei casi più comuni dovrebbe essere merluzzo, ma non vi è un protocollo da seguire nella sua preparazione, ammesso che venga rispettato. Del resto, lo stesso prodotto ora sequestrato dai militari del NAS, riportava, nell’etichetta con scadenza posticipata, “surimi al sapore di granchio precotto e surgelato“.

L’attività era priva di autorizzazione sanitaria e si svolgeva in locali con sporcizia diffusa e materiali non attinenti, come pneumatici e vecchi letti. Non veniva, inoltre, rispettata alcuna procedura sul rispetto della catena del freddo, non poteva cioè essere garantita la corretta conservazione del prodotto surgelato.

Il surimi è diventato una moda e tutti se ne ingozzano avidamente come del resto succede con il sushi, di fatto pesce crudo, specie di tonno. Quest’ultimo, così mangiato rischia di inglobare, se prelevato da pescatori da diporto (ovvero non passato dai mercati ittici), pure l’anisakis, pericoloso nematode che infesta la carne del pesce e che può provocare finanche perforazioni intestinali. Per elimarlo, dovrebbe essere congelato. Almeno, in questo caso, il surimi (congelato) non ha colpa.

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