Il video dura circa 22 minuti ed è diviso in tre parti. Alla fine di ciascuna parte basta attendere qualche secondo e la successiva si avvierà automaticamente.

 

 

 

Alla fine di un lavoro lungo ed intenso, se qualcosa riesce ad imporsi in estrema sintesi, come un simbolo indelebile di tutto quello che hai voluto rappresentare, allora a questa cosa, anche se triste, inizi a volergli bene.

Per me l’immagine simbolo dell’inchiesta di GeaPress sui Cavalli dall’Inferno di Palermo, non è la circonvallazione a sei corsie utilizzata come un ippodromo nè tanto meno le stalle bugigattolo che immobilizzano i cavalli dentro fatiscenti catapecchie. Il problema deve essere considerato all’interno del contesto che lo genera e l’ambiente non può essere visto nella ristretta quanto opprimente ottica mafiosa che da sola non è mai andata da nessuna parte. Bisogna vedere Palermo come città uguale a molte altre ed allora ci accorgeremo come i meccanismi che creano il possesso del territorio possono insediarsi ovunque.

Era la sera del  31 marzo 2010 ed appena cinque giorni prima mi era stata segnalata, intorno alle 21.15, una corsa clandestina di cavalli lungo la Circonvallazione. Decine di automobili dovevano subire il blocco della circolazione lungo due delle corsie della più grande arteria cittadina. La corsa era durata appena quattro minuti per quasi altrettanti chilometri, quasi tutti in salita,  tra via Oreto (solito luogo di entrata dei cavalli) ed il Ponte Corleone sul bellissimo fiume Oreto. Appena le prime pattuglie di Carabinieri e Polizia si precipitarono sul posto  tutto era già finito.

Coincidenza volle che la sera del 31 marzo mi trovassi in Corso Tukory il quale si prolunga ad ovest verso via Ernesto Basile e da qui alla grande circonvallazione tesa tra opposte autostrade. All’improvviso fui attirato dall’euforia di forti voci. Mi voltati e vidi, dietro le automobili in transito, una grande testa che si muoveva in armonia su di un collo lungo e oscillante. Si faceva strada tra le luci di quattro scooter stracolmi di ragazzini. Nessuno di loro appariva minimamente timoroso di essere riconosciuto per via dell’assenza del casco. Appena il tempo di realizzare che si trattava di un calesse da corsa ed il rumore degli zoccoli irruppe come un marchio battuto su un prodotto di fabbrica. Avevo davanti una creatura fantastica. Sembrava appena catturata dai suoi giovani aguzzini, anch’essi vittime dello stesso mondo perverso. Quel cavallo mi apparve  di una bellezza struggente. Un robot pulsante e nervoso, rivestito di un lucente mantello nero. I fari delle automobili sembravano emanarlo di luce propria. Il collo muscoloso, la linea flessuosa della schiena, il corpo possente ed aggraziato.  Mi trovavo immerso nella più realistica rappresentazione di un formidabile effetto speciale. L’avevano bardato, come si usa per le corse. L’eco del dialetto pesantemente cadenzato dalla sua giovane e sfacciata guardia motorizzata rimbalzava tra i palazzi. Sembrava delinearsi come una gabbia da circo che sbatte subito in faccia la prigionia ad un giovane leone che entra veloce in pista, illuso di potere trovare la libertà. Al cavallo gli imponevano la strada: il fantino, due scooter ai lati, ed altrettanti dietro. Poi alla curva un guizzo del collo e la magnifica creatura venne inghiottita dal buio dei vicoli del quartiere di Ballarò.

Per questo lavoro ringrazio la mia compagna memore dei denti di un grosso cane incontrato durante un filmato animalista. Per la pazienza e le lunghe peregrinazioni ringrazio il Direttore di GeaPress Ignazio Marchese. Ringrazio Laura Isgrò per la voce prestata al documentario, sia nella versione italiana che inglese e per la traduzione del testo Gianluca D’Alia. Per l’appoggio logistico nella realizzazione delle riprese ringrazio Gaspare C., nome di fantasia così come lo sono quelli di Sara e Loredana, impareggiabili informatrici che da anni devono convivere tra affetti e strazi dei Cavalli dall’Inferno di Palermo. Ai figli di Sara e Loredana, così come per tutti i bambini di Palermo nati in una strada pericolosa, auguro un giorno di riuscire ad  imporsi un percorso diverso. Mi piace dedicare a loro questo documentario, nella speranza che il cavallo, con la naturale attrazione dei bambini nei confronti degli animali, non costituisca più da involontario tranello verso un mondo senza uscite. Un ringraziamento particolare va ai poliziotti intervenuti sulla circonvallazione. Avrei voluto farlo subito, stringendogli la mano uno per uno.Prima, probabilmente, l’ippodromo, poi le corse in strada, seguiranno la carrozzella per i turisti ed infine il macello. Spero di non scoprire mai in quale stalla l’abbiano costretto e forse anche per questo quella sera non riuscii a seguirlo. La sua vita vale quanto quella degli altri cavalli documentati da GeaPress. Per liberarli, e devono essere liberati tutti e per sempre, occorreranno altre generazioni di prigionieri ed aguzzini. Nel frattempo però si può loro togliere la strada con provvedimenti semplici ed immediati. Sarebbe tantissimo. Forse l’inizio della fine.

Infine, al cavallo di Corso Tukory. Vorrei dirgli che rimarrà per sempre con me. A lui, simbolo di una tragedia infernale, man mano che il documentario procedeva ho più volte augurato di svegliarsi senza le “bellezze” utili all’uomo e tornare, piccolo e tozzo, tra le altre ombre di una immensa notte asiatica. Libero di potere correre. Libero di potere amare. Di essere puledro, giumenta o stallone. Libero di avere una morte dignitosa. Libero di essere vivo.

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