GEAPRESS – Quasi per caso, poche ore prima del Palio, si è appreso che il cavallo della Giraffa si era infortunato durante le prove. Poi la notizia del turista morto durante la cena della Civetta, poi il piombo di circa due chili di una bandiera, sempre della Civetta, finito su una spettatrice e l’ambulanza in piazza del Campo dopo le risate di chi, nel corso della diretta RAI, “non aveva collegato” e “può essere un segno di fortuna” seguiti (per fortuna) dalle scuse. Tanti incidenti da fare addirittura richiamare la “disgrazia delle quattro contrade verdi”, come quelle che correvano in questa edizione del palio. Tutto tace, invece, sull’ennesima misteriosa caduta stranamente sfuggita alle cronache televisive del Palio di Siena mandate in onda da Rai Due. Chissà come sta il cavallo della Selva (nella foto) caduto alla prima curva del Casato. E’ caduto improvvisamente, distante da altri cavalli e percosse di altri fantini. Per il cavallo del Palio di luglio (vedi articolo GeaPress) solo di recente è trapelata qualcosina. Sta bene. Era rimasto, a quanto pare, imbrigliato per le redini nelle protezioni in legno del Palio. Per la Selva, chissà. Il cavallo parrebbe essersi rialzato sebbene ignorato dal repentino passaggio di telecamera. Un breve cenno alla fine della trasmissione e via pronti per festeggiare.

IL PALIO DI SIENA E LA STORIA DELLA CORRIDA

Il Palio di Siena è un Palio di Stato. Questo perché l’ufficialità che gli viene data, anche con incredibili proposte di farlo divenire patrimonio immateriale dell’Unesco, non deriva dall’onore di dirette televisive trasmesse dalla TV di Stato, né tanto meno dai palchi di una delle più grandi rappresentanze della potenza bancaria italiana. E’ un Palio di Stato perché la sua tradizione è la tradizione dei giochi, secondo alcuni violenti, di ogni parte d’Italia. Violenti perché così era. Nascono, infatti, come giochi di guerra. Lo era anche a Siena, con il Gioco dell’Elmara ed il Gioco della Pugna. Ed il loro scopo era esorcizzare la pericolosità del nemico sempre presente e  sempre da cui difendersi , secondo la logica del potere dominante. Con le Giostre del saracino, ad esempio, si fa spettacolo dell’infilzata dei musulmani (pensiamo solo se, ad esempio, a Damasco si festeggiasse con la raffigurata uccisione di un francescano laico) fino ad arrivare, indietreggiando, alle arene romane ed ai gladiatori schiavi combattenti. Quella di Siena in verità fu corrida e la genesi del palio moderno è la volontà medicea di Firenze di distrarre il popolino ribelle con un’altra funzione del gioco: quella soporifera.

La capitale dei Palii di cavalli era in verità Firenze, la quale nel tempo è riuscita a riscattarsi dal fardello storico pur rimanendo una capitale mondiale dell’arte e della cultura. Il Palio di Siena, a secondo dei punti di vista, è la peggiore eredità lasciata dalla conquistatrice Firenze. Era Firenze che umiliava i vincitori con i Palii. Lo fecero proprio sotto la guarnigione di Siena da loro assediata nel 1230, prima pertanto della battaglia di Montaperti del 1260 vinta dai senesi comandati dal siciliano Manfredi contro Firenze. A quest’ultima battaglia alcuni storici fanno risalire l’origine del Palio. Continuarono ancora i fiorentini ad Arezzo nel 1289 e subirono, invece, dal Signore di Lucca nel 1325 che gli impose ben tre Palii. Continuarono i pisani, quando sconfissero i fiorentini nel 1363, così come già avevano fatto contro Lucca nella vittoria del 1264. Palii utilizzati come simbolo del potere vittorioso.

Ed a Siena?

Già nel 1516 la Festa dell’Assunta fu in realtà una corrida conclusa con lo sfoggio da parte delle Contrade vincitrici, di membra ed interiora degli animali appese sui carri. Il giorno dopo si continuò a festeggiare con una corsa di cavalli e l’indomani di nuovo con una corrida. Il 15 agosto 1546, oltre ai tori venne utilizzato addirittura un orso, assieme a cinghiali, cervi, tassi, istrici, volpi e lepri. I giostranti contradaioli al centro del campo, non dovevano discostarsi da una tavola imbandita mentre si infilzavano gli animali per il divertimento di palchi e balconi ornati a festa. Si ricorda un bufalo che mandò all’aria il tavolo ed i giostranti al Creatore.

Fu però Cosimo I de’ Medici, dopo la conquista di Siena, a capire come i cittadini di serie B del Ducato di Firenze e Siena potevano essere tenuti tranquilli. La politica del divertimento utile a distrarre con giostre e spettacoli. Le corride di Siena furono immortalate nei versi di Pietro Aretino, il quale le citò ne “La Cortigiana” come “la caccia dei tori, il palio et i biricuocoli a centinaja co’ marzapani, da Siena”. A mantenere le corride erano la Contrade, svuotate da Firenze se non per funzioni amministrative. Le diciassette contrade di Siena altro non sono che il frutto della riorganizzazione dei più numerosi quartieri cittadini. I loro stessi nomi (Tartuca, Chiocciola, Selva, Aquila, Onda, Pantera, Val di Montone, Torre, Leocorno, Civetta, Nicchio, Drago, Oca, Giraffa, Bruco, Lupa, Istrice) furono adottati nella raffigurazione dell’animale che tipicizzava la macchina di legno che doveva proteggere i contradaioli inseguiti dai toro feriti.

Nel 1590 furono abolite le cacce con i tori, giudicate troppo violente. Rimasero, cavalli, asini, e bufale. Antonfrancesco Grazzini così scriveva per il suo “Canto d’uomini che andavano a correre i palio colla bufala”: “Colla bufala siamo/ usciti, Donne, questo giorno fuori; / Perché fra gli altri onori/ Correndo al Palio, ancor vincere vogliamo”. Ovviamente si provvide ad un regolamento, come quello per far tornare indietro i bufali che irrompevano attraverso le barriere. Nel 1655 l’elezione a Papa del Cardinale Fabio Chigi (Alessandro VII) venne festeggiata con fontane di vino ove sguazzò e lottò il popolino. I festeggiamenti durarono un mese. Iniziati con cacce di tori (teoricamente vietate) e concluse con il palio dei cavalli. Appena a quattro anni dopo viene fatta risalire la nascita del Palio moderno. Così lo descrive William Heywood, studioso inglese che ha vissuto nella seconda metà dell’ottocento in Toscana: “Nelle prove come nel Palio, i cavalli non sono sellati. I fantini devono correre a pelo, oppure per niente; e lo spettacolo pè sempre divertente. I vecchi cavalli che conoscono la Piazza seguono la pista senza dare molti problemi; ma quelli che non hanno esperienza del gioco, quando raggiungono il pericoloso angolo davanti al Palazzo del Governo, generalmente dimostrano un incontrollato desiderio di proseguire la loro selvaggia carriera in linea retta, e, nonostante i frenetici sforzi dei loro cavalieri, si lanciano a capofitto in Via S. Martino. Qui, davanti alle botteghe, tra quella strada e la Cappella di piazza, viene eretta un’impalcatura che è foderata di pesanti materassi, e raramente la sua presenza non è giustificata dagli eventi, perché in questo punto c’è quasi sempre una caduta o due”. Continua l’autore “Non poteva immaginarsi una via più palesemente inadatta per la sollecitazione di ardimentosi animali fino alla loro piena velocità; e la sua rapida discesa verso via San Martino, con la pericolosa curva davanti a Palazzo Piccolomini è stata causa di molti incidenti”.

Perché meravigliarsi di questa congenita pericolosità? Ovviamente nulla può essere ora addebitato. I cavalli di luglio ed agosto 2010 non sono incorsi nei pericoli della curva di San Martino, ma addirittura in altra, quella del Casato.(GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).