GEAPRESS – Reato estinto per ripristino dei luoghi (ove questo è avvenuto) ed avvio dell’iter penale per le zone sottoposte a vincolo paesistico. Sono questi i risultati dell’attività delle associazioni, ai danni delle postazioni di caccia che infestano la provincia di Vicenza. Da Breganze a Salcedo, da Mason Vicentino a Marostica, da Bassano del Grappa passando per Campolongo sul Brenta a Romano d’Ezzelino, salendo sul massiccio del Grappa per arrivare fino a Liedolo in provincia di Treviso. Tutto nella “mappa” tracciata dai volontari che riporta impietosamente centinaia di appostamenti di caccia.

Altane, torrette e capanni serviti abusivamente ed illegittimamente per massacrare centinaia di migliaia di animali” questo il commento di Stefano Deliperi, responsabile del Gruppo di Intervento Giuridico che ha collaborato nell’individuazione delle postazioni abusive. Denunce più volte espresse anche delle sezioni dell’ENPA (presenti anch’esse al censimento) e spesso inascoltate. Forse per capirne il perché basta considerare il provvedimento voluto dalla Regione Veneto in merito alle autorizzazioni (per semplice comunicazione) di tali postazioni. Una norma che, grazie all’iniziativa portata avanti dalle associazioni, risulta essere attualmente impugnata dal Governo innanzi alla Corte Costituzionale.

Intanto un’ampio territorio ad est della provincia di Vicenza è stato setacciato in lungo ed in largo.

I rilievi effettuati hanno permesso di portare alla luce altane, torrette e capanni serviti abusivamente ed illegittimamente, sostengono sempre le associazioni.
Anzi, i seguaci di Diana non solo avrebbero continuato a costruire le torrette in prossimità delle strade (questo nonostante la legge preveda delle distanze ben precise per praticare l’attività venatoria) ma non si sarebbero neanche fermati dall’abbattere grossi rami ed alberi per aprirsi il fronte di fuoco.

Una linea di tiro a 360 gradi, togliendo al paesaggio importanti parti di natura. “Un patrimonio di tutti – afferma Deliperi – compresi turisti ed escursionisti che annualmente visitano i boschi della Provincia“. Anzi, sempre secondo l’esponente ambientalista, non ci sarebbe stato neanche alcun indugio nell’abbandonare in terra  centinaia di bossoli e di borrette. Il tutto senza che sia stata minimamente tenuta in considerazione la concentrazione di pallini in velenoso piombo che inevitabilmente si viene a creare attorno agli appostamenti. Pericoli recentemente rilevati, in tutta la loro drammaticità, da un rapporto dell’ISPRA (vedi articolo GeaPress).

Quello che il Centro di intervento Giuridico rileva, sono le numerose irregolarità di natura urbanistica e paesaggistica che avrebbero trovato riscontro nelle indagini delle autorità territorialmente competenti.  Carabinieri di Treviso, Corpo Forestale dello Stato, gli stessi uffici urbanistici dei vari Comuni. Rilievi che hanno già avviato i loro iter in varie Procure della Repubblica.

Poi gli aspetti ancor più raccapriccianti. Nelle prime colline di Marostica (VI), ad esempio, è avvenuto il ritrovamento di centinaia di bossoli bruciati a terra.
Nord ovet vicentino, ma anche nord est. Niente, secondo Stefano Deliperi, è immune da tale scempio.

Le torrette ed altane rinvenute, infatti, sono vere e proprie postazioni sopraelevate alte anche 20-30 metri dal suolo. Realizzate per i cacciatori, con ferro, legno, plastica, lamiere e teli. Costruite sia sui boschi, per la caccia ad ungulati e cinghiali, sia sui crinali dove si concentra la migrazione dei passeriformi. A decine  anche le vecchie postazioni abbandonate nel più totale degrado con pezzi pericolosamente arrugginiti e penzolanti.

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