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GEAPRESS – Al Centro Recupero Uccelli Marini e Acquatici della LIPU di Livorno in sei giorni, dall’11 al 16 di ottobre (tra i quali due di “silenzio venatorio”), sono arrivati 5 rapaci impallinati: tre sparvieri, un gheppio e un lodolaio.  Tutti rapaci, tangono a precisare alla LIPU,  che riportavano ferite da arma da fuoco e pallini un po’ dappertutto. Hanno troncato ossa e reciso tendini spezzando la  migrazione, dicono dalla LIPU di Livorno.

In pratica, conti alla mano, due rapaci per ogni giorno di attività venatoria. E dire, commentano dalla LIPU, che si tratta di specie “particolarmente protette” e pertanto il loro abbattimento è perseguibile penalmente. Il tutto senza considerare gli uccelli con ferite sospette.

Un fenomeno che si tipicizza appena inizia la caccia alla “migratoria”. I rapaci feriti a fucilate arrivano a decine, dicono sempre dalla LIPU di Livorno. Rappresentano, però, sono solo una minima parte di quelli abbattuti, dal momento in cui è verosimile che solo una esigua percentuale viene ritrovata e soccorsa. “Facendo un rapido calcolo -affermano i volontari della LIPU – ed ipotizzando con ottimismo che quelli ricoverati siano il 5% di quelli abbattuti, stiamo parlando di 40 rapaci il giorno, più di ottocento nel solo mese di ottobre e solo nel “bacino di utenza” del Centro Recupero di Livorno“. Numeri che i volontari definiscono da “paese incivile e non certo da Regione che continua a delirare di “raggiungimento dell’equilibrio” tra le esigenze della caccia (che è un divertimento di pochi) e dell’equilibrio naturale (che è un diritto di tutti)“.

Il fenomeno, ad avviso della LIPU, sarebbe spiegabile a seguito delle deroghe e quelle che vengono definiti altri stravolgimenti dei principi della legge.

Quando nel 1992 venne riformata la legge di settore valevano, secondo le intenzioni del legislatore, dei  capisaldi volti a garantire una pressione venatoria sostenibile e un legame stretto tra il cacciatore e il territorio. Ad esempio la caccia da praticare solo tre giorni alla settimana e nel territorio di residenza o in un “ambito territoriale” definito. La legge venne recipeta in Toscana con il provvedimento regionale 3/94.

Proprio in questa regione, ad avviso della LIPU, il tutto sarebbe stato  poco per volta “smatellato”. Per gli ambientalisti i cacciatori possono di fatto cacciare in più territori per cinque giorni alla settimana. E che dire, poi,  dell’obbligo di “annotare” gli animali abbattuti solo “a fine giornata?”. Un meccanismo tutto sommato facile da aggirare. Basta, ad esempio, riporre le “prede” in un luogo sicuro ed il conteggio riparte da zero. In definitiva è quella che la sede LIPU di Livorno definisce una caccia senza regole e una pressione venatoria insostenibile proprio nel delicatissimo periodo della migrazione.

Per non parlare delle sanzioni. Di fatto una barzelletta, dice sempre la LIPU. E’ più facile “pagare” per essersi scordati di annotare la giornata di caccia che per aver abbattuto una dozzina di rapaci in una mattinata. I processi si insabbiano e le pene decadono, commentano gli ambientalisti, ed a guadagnarci sono al massimo gli avvocati. Di certo la licenza di caccia non si tocca e men che meno il porto d’armi. Ricordiamo appena che in base alla legge sulla caccia, per potere avere solo sospesa la licenza a seguito dell’abbattimento di specie protetta, occorre una doppia condanna ed in via definitiva. Due distinti episodi, insomma.

Per la LIPU si tratterebbe di una vera e propria  “svendita elettorale della normativa venatoria”.

In ultimo ci sarebbero anche altri diritti. Di chi, ad esempio, ha la disgraziata idea di farsi due passi in campagna: da quello a godersi la passeggiata a quello di tornare a casa sano e salvo!

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