GEAPRESS – Un lavoro lungo e articolato che si è intrecciato pure con contrabbandieri in odore di camorra, per finire ad Aosta e Torino. Qui il Tribunale, Terza Sezione penale, ha condannato un allevatore di avifauna. Non uno qualunque, ma un pluricampione di mostre e fiere di ornitofili, anche a livello internazionale. Le indagini, che hanno visto la partecipazione anche del Corpo Forestale dello Stato e dei Carabinieri, sono state mirabilmente condotte da Antonio Colonna, attuale Responsabile del Nucleo Operativo Antibracconaggio della Le.I.D.A.A., l’Associazione animalista presieduta dall’ex Ministro del Turismo Michela Brambilla.

Ad essere condannato, anche un secondo allevatore, acquirente del primo. Reato di furto al patrimonio indisponibile dello Stato per il primo allevatore, e di ricettazione per il secondo. Per quest’ultimo reato, precisa Antonio Colonna, si tratta di una sentenza innovativa nel panorama del diritto sulla fauna selvatica. Determinante, nelle fasi processuali, è stato in modo particolare il contributo di un Ufficiale del Corpo Forestale dello Stato, nominato consulente tecnico del PM.

Come si è arrivati a loro, dicevamo, dà merito allo scrupolo dell’investigatore. Basti considerare che di mezzo ci si mise pure la tesi della difesa che sostenne come le reti trovate nell’allevamento erano in effetti utilizzate per impedire l’accesso ai topolini. Peccato, però, che contenevano resti di più essenze vegetali, impossibili da trovare non solo nel luogo del sequestro, ma soprattutto al buio di una stanza.

Il tutto inizia nel 2006, quando a seguito di alcuni sequestri operati da Colonna, si riscontrarono anelli che in qualche maniera si ricollegavano sempre ad una cerchia via via più stretta di soggetti. Gli anelli di riconoscimento sono obbligatori per legge e dovrebbero attestare la nascita in cattività o comunque la regolare detenzione degli animali. Nel caso in questione si innescò una sorta di catena che portava automaticamente ad altri allevatori. Poi un caso in particolare e il più determinante collegamento, secondo gli inquirenti, con il primo allevatore. Prima di arrivare a lui un altro allevatore ancora. Era il secondo allevatore, ovvero quello a cui ora il Tribunale di Torino ha riconosciuto il reato di ricettazione.

Due garage, nel centro della città. Uno ufficialmente dichiarato per l’allevamento e l’altro non autorizzato. Nel primo, gli uccelli con gli anelli risultati difformi ed alterati. Il secondo garage, invece, conteneva gli uccelli ricettati. Tutti senza anello. Verosimile pensare che il primo posto rappresentasse la vetrina ufficiale, mentre il secondo garage era quello dove venivano detenuti gli uccellini di cattura ancora non inanellati. Proprio da questi ultimi controlli derivò l’esigenza della perquisizione che si svolse ad Aosta. Quarantotto ore di perquisizione condotte in collaborazione con il Nucleo Operativo Regionale dei Carabinieri. Oltre mille animali, tra cui picchi, pettirossi, usignoli, ghiandaie marine, aironi, upupe ed altre specie ancora. Molti di loro erano privi dell’anello. Poi trappole di diversa fattura, tra cui molte reti e strumenti atti all’inanellamento degli uccelli come punteruoli, lubrificanti, torni e frese di varie dimensioni. C’era pure una sostanza che serviva a sbiancare gli arti degli uccelli. Alcune specie, infatti, presentano gli arti più scuri se prelevati da poco in natura. Con il tempo, vanno schiarendo. Alle operazioni di identificazione, considerato il quantitativo di animali rinvenuto, parteciparono pure due Guardie del WWF.

Gli ultimi tre personaggi sottoposti a perquisizione erano tutti allevatori ufficiali. Di particolare significato uno dei filoni di indagine che, nel suo complesso, portò poi ai clamorosi sviluppi. Si trattava, infatti, della “primula rossa” del bracconaggio campano (vedi articolo GeaPress).

Curiosa una seconda tattica della difesa. Oltre ai topolini, infatti, venne presentata la richiesta di derubricazione del reato di furto (reato delitto, secondo il nostro ordinamento) in semplice reato di contravvenzione, ovvero l’art 727 bis c.p. (vedi articolo GeaPress). Si tratta di un blando reato che dovrebbe punire chi uccide, cattura, preleva, detiene o distrugge specie animali o vegetali selvatiche protette a livello comunitario. L’Italia si era scordata a prevedere i reati e il tempo perduto è stato non proprio ottimamente recuperato la scorsa estate.

Ad ogni modo il 727 bis prevede la sua inapplicazione nel caso di un reato superiore, quale è proprio il furto al patrimonio indisponibile dello Stato. Furto, per chi ruba, e ricettazione per chi ha acquistato.

Il Tribunale di Torino non ha accolto la tesi della difesa.

Secondo il Responsabile del Guardie della Le.I.D.A.A, il fenomeno del traffico illecito di fauna selvatica ha proporzioni enormi. Purtroppo il regime autorizzatorio su questi allevamenti, spesso in mano alle Province, presenta dei risvolti utili per chi si prefigge di mascherare il traffico illegale. Una sorta di alibi insomma, che molti utilizzano per contrabbandare animali di provenienza illecita. Poi il procacciamento di anellini. Basta inserirne uno, magari proveniente da un uccellino la cui morte non è stata dichiarata, ed il gioco è fatto.

Vi sono poi i casi ancor più clamorosi, come quello dei regolamenti provinciali che consentono di non denunciare animali detenuti nell’allevamento, se inferiori a trenta. Una quantità (poco) modica.

Lo scorso anno venne denunciato a Varese altro noto allevatore, nonché giudice delle famose mostre di uccellini. Conosceva a perfezione la normativa ed avrebbe trovato la maniera di fare tutto in casa propria. Attorno alle sue voliere, avrebbe piazzato reti e trappole. Secondo l’accusa catturava, apponeva anello ed infine accoglieva in voliera.

Messa così, ovvero considerando il furto ai danni del patrimonio dello Stato, sa più di maxi truffa ai danni dello Stato. Considerato il livello economico che si alimenta, attenzionare con un redditometro ad hoc forse non sarebbe male.

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