(GEAPRESS) – Nei giorni scorsi GeaPress ha pubblicato la notizia degli sconti “World Cup” per chi, andando in Sudafrica a seguire la propria nazionale di calcio, vorrà sparare, tra una partita e l’altra, ad un leone allevato allo scopo. Avevamo scritto dei prezzi scontati, della redditività di un sistema semplice quanto crudele. Degli interessi, nelle riserve di caccia, finanche di notissimi latitanti dalla mafia siciliana. Leoni nati in gabbia e finiti a pallettoni all’interno di ambienti controllati, anche da cacciatori italiani.

Abbiamo voluto approfondire l’argomento intervistando Chris Mercer  fondatore del Kalahari Raptor and Predator Centre, una struttura inserita in un’area naturale di 600 ettari vicino Kuruman, la principale città della regione del Kalahari. La struttura, visitata ogni anno da centinaia di bambini delle scuole, accoglie moltissimi animali selvatici bisognevoli di cure. Chris Mercer è stato per oltre vent’ anni avvocato dell’Alta Corte dello Zimbabwe ma, dal 1998, dedica la sua vita agli animali del Kalahari Centre. E’ uno dei massimi esperti al mondo del tristissimo fenomeno dei “canned lion”.

Nell’intervista rilasciata a GeaPress, Chris Mercer va subito diretto sul problema denunciando le complicità del Governo, le pressioni delle associazioni degli allevatori, la presenza di altre specie insospettate, come le tigri. Sorprendente l’analogia riscontrata con gli allevamenti di selvaggina italiana. Si tratta, in effetti, dello stesso sistema. Assurdo tanto quanto quello di voler considerare un leone diverso da una lepre nostrana.

GeaPress – Signor Mercer, ha fatto molto scalpore in Italia apprendere che nel suo paese esistono allevamenti di leoni da utilizzare per la caccia. E’ possibile fornire una stima del numero di leoni e delle fattorie ove vengono allevati?
Mercer – Il numero esatto non lo conosce nessuno, questo perché il servizio di conservazione sudafricano  è  incompetente, specialmente  nelle sue diramazioni  provinciali. Sappiamo di almeno 9.000 (novemila!) allevamenti registrati per la caccia in tutto il SudAfrica, ma molti lavorano esclusivamente con  le antilopi. Comunque, il numero di leoni in cattività si aggira da un minimo di  3.500 ad un massimo di 5.000 animali. Può essere utile esaminare  le quote ufficiali fissate dalla Convenzione di Washington sul commercio di flora e fauna in via di estinzione (CITES). Nel periodo compreso fra il 1999 ed il 2008, vengono riportate le sottostanti quote di trofei di leoni sudafricani:

1999:  171
2000:  202
2001:  177
2002:  304
2003:  266
2004:  355
2005:  353
2006:  552
2007:  657
2008:  944

Sono dati che confermano lo sviluppo  dell’industria dei leoni in scatola  (canned lion). Non è ancora possibile raffrontarsi con i dati del 2009, ma la mia impressione è che saranno comunque elevati, probabilmente  ancor di più di quelli del 2008.

GeaPress – Vi sono in Sudafrica altre specie allevate per i cacciatori?
Mercer – Certo, in Sudafrica vengono allevate, per essere sparate, un po’  tutte le specie autoctone ed anche animali estranei alla fauna del mio paese, come ad esempio le tigri.

GeaPress – Quali sono i principali paesi di provenienza dei cacciatori che sparano ai leoni in scatola?
Mercer – Circa il 55% sono statunitensi, mentre dall’area europea proviene un’altra grossa fetta pari grosso modo al  40%.  I tedeschi rappresentano il gruppo principale, seguiti dagli spagnoli ed anche da francesi ed italiani.

GeaPress – Sig. Mercer, in Italia esistono molti allevamenti dove animali come cinghiali, lepri e molti altri ancora, vengono allevati per essere poi sparati dai cacciatori, spesso nei terreni di aziende specializzate. Pensa che possa esserci una analogia con i leoni in scatola sudafricani?
Mercer – Certamente!  La fauna selvatica è allevata né più e né meno che per uno scopo di zootecnia commerciale.

GeaPress – In Sudafrica una recente decisione dell’Alta Corte ha stabilito un periodo di 24 mesi ove i leoni, prima di essere sparati, vengano abituati ad un vasto ambiente selvatico. Cosa può dirci a tal proposito? Sono sorti dei problemi?
Mercer – La vicenda è più complessa ed è servita, purtroppo, a coprire di omertà il destino dei leoni sudafricani. Ora molte persone credono che la caccia ai leoni in scatola sia stata vietata o comunque “regolamentata”, ma niente è più lontano dalla realtà.
L’industria dei leoni in scatola continua ad essere fiorente, tanto da raccogliere sempre più ricchezze da investire anche nell’acquisto di altri terreni da destinare alla loro attività. In tale maniera si stanno diffondendo come una piaga biblica, trasformando i terreni in campi di sterminio, la nostra fauna selvatica in un allevamento zootecnico. Il saccheggio delle risorse naturali sudafricane operato dagli stranieri, per il massimo profitto di soldati di fortuna che si sono specializzati in questo macabro commercio dai minimi benefici per l’economia locale, rappresenta l’ultima attività di stampo coloniale. Questa forma di colonialismo continuerà finché l’industria della caccia sarà soverchiante sulle resistenze opposte dai protezionisti.

GeaPress – Cosa ha avuto modo di valutare l’Alta Corte?
Mercer – Una piccola premessa. Quando nel  febbraio 2008 vennero emanati i regolamenti relativi alla gestione degli animali allevati  all’interno di ambienti selvatici, l’amministrazione sudafricana, preposta alle specie protette e minacciate di estinzione, ha stabilito due anni di selvaticità.
Di fatto, però, si è creata una maniera per presentare i leoni domestici come selvatici, in modo da poter dire che i “canned lion” sono ora vietati. Teoricamente il processo che dovrebbe abituare i leoni alla selvaticità prevede che l’animale, prima di essere ucciso, se la cavi da solo all’interno di un esteso sistema selvatico. Questo per almeno 24 mesi. Il regolamento dispone però che l’area sia estesa quanto necessario per la gestione in auto sostentamento delle popolazioni selvatiche prevedendo un minimo di interventi umani.  Non specifica una superficie minima, mentre agli allevatori è anche consentito integrare l’alimentazione dei leoni. Di fatto è tutto inficiato, ad iniziare dalla selvaticità. Tale regolamento venne impugnato dall’associazione di categoria che raggruppa gli allevatori. All’Alta Corte di Bloemfontein, venne detto che questi due anni avrebbero aumentato le spese di mantenimento. Purtroppo la risposta del Ministero precedette la stessa Corte e  fu a dir poco sorprendente. I leoni, con un emendamento, vennero estromessi da una specifica regolamentazione. In tale maniera il Governo riuscì a trattenere le altre parti della norma. Il processo presso l’Alta Corte, però, era ancora in corso.  Di fatto l’azione dell’associazione degli allevatori è stata finalizzata ad ottenere  una applicazione senza significato proprio sui due anni di selvaticità, bollati come irragionevoli.  Si è ora arrivati alla Corte d’Appello; l’assegnazione è avvenuta solo il 12 gennaio 2010. Ulteriori procedure degli avvocati hanno fatto slittare l’appuntamento al mese prossimo ma è probabile che entro la fine dell’anno non si faccia niente.

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