GEAPRESS – Visso (MC), quinto lupo ucciso in Italia dagli inizi dell’anno. O meglio: quinto lupo rinvenuto tra i chissà quanti uccisi dall’inizio dell’anno.
In questo caso, però, dovevasi recuperare almeno un pezzo. Questo dal momento in cui la sua testa portava allegata la minaccia indirizzata al Sindaco di Visso Carlo Ballesi ed al Presidente del Parco Nazionale dei Monti Sibillini Massimo Marcaccio. La testa era stata sistemata in bella vista su un cartello turistico. Il movente, secondo le voci più accreditate, sarebbe da ricercare nelle aggressioni subite dal bestiame domestico. Già nell’aprile 2009, tre lupi ed una volpe erano rimasti uccisi, proprio nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini, mangiando la carcassa di una pecora imbottita di veleno.

Di sicuro la testa del povero lupo portava una targhetta metallica ove era stato punzonato il seguente messaggio “Sig. Sindaco – Sig Presidente”. Stop, nient’altro. Evidentemente per il mittente bastava così. Qualcuno ha acciuffato il lupo, magari in una delle tante trappole a laccio metallico. Il nodo scorsoio li soffocherà, se presi per la gola, oppure provocherà la rottura del diaframma se stretti per l’addome, o finanche l’amputazione dell’arto se impigliati per la zampa. Un metodo sicuro, crudele e da utilizzare se conosci bene i luoghi. Verrebbe però da chiedersi quante persone che praticano l’allevamento brado campino esclusivamente su quel lavoro i cui danni da fauna selvatica vengono comunque risarciti. Sicuramente l’autore di quest’ultimo caso vuole fare trasparire il suo odio. Un testa mozzata, infatti, è una cosa che serve a colpirti dentro, molto di più di una missiva cartacea. Lo sa bene la mafia con le sue teste recapitate anche a Vito Ciancimino (vedi articolo GeaPress).

COSA (NON) PREVEDE LA LEGGE
Minacce a parte, cosa rischia chi ha ucciso un lupo? Ai sensi della Legge 11 febbraio 1992 n.157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), il lupo è una specie particolarmente protetta, anche se, non è tra le prime per quanto riguarda il regime sanzionatorio penale. Dice la legge che chi abbatte, cattura o detiene una specie particolarmente protetta è punito con l’arresto da due a otto mesi o l’ammenda da lire 1.500.000 a lire 4.000.000. L’arresto è nella quasi totalità dei casi solo teorico e comunque impossibile in flagranza di reato. Occorrerebbe una previsione di pena ben più elevata.

Il bracconiere dovrebbe aspettare la sentenza definitiva e poi quasi sicuramente sarà condannato a pagare. Capirai quale cifra. In aggiunta a ciò consideriamo pure che tutti i reati venatori italiani sono di natura contravvenzionale non sono cioè delitti come nel caso del maltrattamento o uccisione di animali. Vediamo allora cosa succede se venisse applicato l’art. 544/bis del Codice Penale (uccisione di animali). Anche qui nessun arresto in flagranza di reato, mentre la pena reclusiva varia da quattro mesi e due anni. Pene peraltro così aggiornate con la recente “legge cuccioli” tanto voluta dal Ministro Frattini e dal Sottosegretario alla Salute Francesca Martini. Un mese in più per la minima e sei per la massima (che non viene quasi mai applicata). Non sono previste multe (così si chiamano per i delitti). Poi c’è anche il rito abbreviato e la pena sospesa. Quest’ultima anche se vai in dibattimento e l’intasata Giustizia italiana riesce a giudicarti entro i termini di prescrizione del reato. Se poi riesci a dimostrare che non volevi intenzionalmente uccidere il lupo (ovvero non hai agito per dolo) la legge ti fa un sorriso ed è come se non ti avesse mai incontrato. Ovviamente, se mai sarà trovato il luparo minaccioso di Visso, questo dirà (ma a prescindere dalla legge maltrattamenti) che la testa l’ha casualmente rinvenuta dietro l’angolo. Ma se un lupo l’ha ucciso (intenzionalmente) un cacciatore avrà almeno ritirata la licenza? No. L’avrà semplicemente sospesa per un periodo compreso da uno a tre anni. Ed è andata pure bene (o male, nel caso del cacciatore), perché se era una specie solo protetta (e non particolarmente protetta, come nel caso del lupo) la licenza è sospesa solo in caso di recidiva. La legge, cioè, prevede la figura del cacciatore bracconiere legittimato a continuare a sparare e prevedendo pure che continui a farlo anche con un’altra specie protetta.

QUANTI SONO E COME MUOIONO I LUPI ITALIANI
Nessuno sa con esattezza quanti sono i lupi italiani. Soprattutto il forte erratismo dei giovani detterebbe censimenti costanti ma in Italia manca un coordinamento di tali studi. Ad ogni modo i lupi italiani dovrebbero essere un migliaio. Sul numero dei morti, nessuno lo saprà mai. La testa di Visso ne è un esempio. Verosimilmente nessuno saprà dove in questo caso il lupo era stato catturato con il laccio o ucciso con un colpo di fucile o con un boccone avvelenato. Tra le principali cause, analizzate ormai in numerose pubblicazioni scientifiche, figura al primo posto il bracconaggio. Limitati invece i danni alla zootecnia, così come già rilevato da uno studio del prof. Boitani risalente addirittura al 1998.
Anzi, proprio il lupo, risultò tra le cause minori relative alla morte di bestiame. Vi è poi la pessima opinione che del lupo ha il mondo venatorio. Viene considerato ancora una sorta di competitore della caccia agli ungulati. Un po’ più problematica l’influenza del randagismo canino fenomeno endemico del nostro paese.
Per quelli dei quali se ne ha notizia, da giugno in Italia ne sono morti otto, ma ben cinque solo dagli inizi dell’anno.
Poco più di due settimane addietro, vengono rinvenuti due lupi uccisi (vedi articolo GeaPress). Uno in Abruzzo, nel Parco Naturale Sirente Velino e l’altro, ucciso da un laccio, nel Parco Nazionale del Pollino.

Pochi giorni prima è stata rinvenuta una lupa in avanzato stato di decomposizione a Guardiafiera, in provincia di Campobasso (vedi articolo GeaPress). Aggiungiamo che poco prima un’altra lupa era morta investita nei pressi del Lago di Barrea (AQ).

Vi è stato poi il lupo con il cappio preso nell’addome, ucciso lo scorso metà dicembre nel Parco dei Monti Simbruini (vedi articolo GeaPress), e l’altro di fine agosto nella zona di protezione esterna del Parco Nazionale dell’Abruzzo (vedi articolo GeaPress). Poi un altro ancora, a fine giugno a Sulmona. Ucciso, ancora una volta con un laccio.

UN CASO RISOLTO
E’ successo tre giorni addietro nel chietino, pochi metri oltre i confini del Parco Nazionale della Majella. Il lupo era rimasto bloccato in un laccio di bracconieri (vedi fotogallery), ma l’intervento del personale del Parco e del Corpo Forestale dello Stato CTA (Coordinamento Territoriale per l’Ambiente) ha impedito il peggio. Il salvataggio è stato reso possibile perché l’animale era provvisto di un radiocollare che era stato messo nell’abito del progetto LIFE WOLFNET del quale l’Ente Parco è capofila. Il lupo era rimasto bloccato per 48 ore. Per tanto tempo, infatti, il segnale GPS continuava a provenire dalla stessa zona. Questo a dimostrazione di quanto lunga può essere l’agonia di un animale e il disinteresse dello stesso bracconiere che molte volte si reca in ritardo a controllare la trappola. In questo caso, però, non aveva ancora prodotto danni eccessivi ed il lupo veniva liberato dopo un controllo medico veterinario. Sul caso indaga il CTA di Guardiagrele (CH) del Corpo Forestale dello Stato che ha prelevato del materiale dal luogo del ritrovamento e lo ha sottoposto ad esami specialistici al fine di trovare tracce che possano ricondurre al responsabile.

Non a caso il lupo della Majella era stato trovato appena fuori il perimetro del Parco. Specie nel periodo invernale, i lupi possono spostarsi fuori dalle aree protette. Percorrono spesso gli stessi sentieri dei cinghiali, per i quali in genere sono piazzati i lacci-cappio. In quelle zone i lacci sono molto diffusi specie nel basso aquilano, verso Sulmona, e nel pescarese. Molto meno nel chietino, dove però era stato catturato il povero lupo. Anni addietro rimase intrappolato pure un Orso, ma le vittime del laccio sono più spesso lupi e volpi. La vittima designata, invece, è in genere il cinghiale.

Il laccio, secondo l’Ente Parco, viene utilizzato soprattutto da agricoltori, mentre il bracconaggio con il fucile è prerogativa di bracconieri, spesso cacciatori con regolare licenza di caccia residenti nei paesi fuori del Parco. Bracconieri con il laccio, però, vennero fermati dal Corpo Forestale proprio all’interno del Parco. Non erano agricoltori e, in quel caso, neanche cacciatori.(GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).

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