GEAPRESS – Nella reiterata volontà di alcune Regioni italiane, tra cui Lombardia, Veneto e Toscana, di volere continuare ad emanare leggine e delibere per consentire la cattura di richiami vivi alati per i cacciatori, è interessante notare le motivazioni con le quali la Corte Costituzionale ha bocciato poi i provvedimenti di Lombardia e Toscana. Nelle sentenze, infatti, si legge come la tesi sostenuta dalle Regioni, ovvero che non vi siano alternative alle catture dei richiami, non corrisponda al vero essendovi allevamenti appositamente autorizzati. Così, infatti, prevede la legge sulla caccia. Una scusa, sostengono i maliziosi animalisti, per camuffare le catture illegali in natura. Ad ogni modo, anche l’attività degli allevamenti autorizzati si basa sulle catture che debbono presupporsi (ovviamente) legali.

La stessa Regione Lombardia, non avendo di meglio da fare, ha finanziato lo scorso ottobre con ben 25.000 euro l’attività di allevamento di specie di uccelli da utilizzare come richiami vivi per i cacciatori di appostamento. Animali molto delicati da allevare, per i quali, spesso, il triste destino è la morte. A sostenerlo sono i soliti animalisti che hanno fatto ricorso (vincendolo) anche alla Corte Costituzionale. Ultimamente, poi, ci si è messa pure la Commissione Europea che ha annunciato all’Italia la messa in mora per avere disatteso la Direttiva comunitaria “Uccelli”.

La delicatezza di questi uccelletti, potrebbe però essere avvalorata anche dai numerosi sequestri che ogni anno vengono compiuti in Italia. Si tratta di implumi prelevati dai nidi e destinati agli allevamenti disonesti, i quali, verosimilmente, riciclano l’anellino rilasciato per le catture autorizzate e appartenuto ad un animale morto. In un solo anno, quasi 1.000 pulcini di tordi, sono stati sequestrati in Friuli e Toscana durante i trasporti illegali provenienti verosimilmente dalla Polonia. Poi, uno stillicidio continuo di sequestri operati dai Carabinieri e dal Corpo Forestale, soprattutto in Trentino Alto Adige. Bergamaschi e bresciani, ma anche veneti, che tra i meleti del trentino raccolgono dai nidi i poveri tordi.

Solo nella Regione Lombardia, ovvero una delle quattro Regioni che autorizzano questi allevamenti (le altre due sono Veneto, Toscana ed in forma minore l’Emilia Romagna), il finanziamento di 25.000 euro ha riguardato 6.250 uccelletti che sarebbero nati ed allevati nel 2011, fino a questa estate. E’ l’unica alternativa alla cattura in natura, afferma per finanziare la Regione Lombardia, in decisa controtendenza a quanto sostenuto nel momento in cui deve però difendersi innanzi alla Corte Costituzionale.

Ma di che cosa muoiono i piccoli uccelletti negli allevamenti? Nei giorni scorsi ha ben rendicontato il quotidiano Brescia Oggi. Si trattava di un convengo organizzato con la partecipazione dei cacciatori, proprio nel bresciano. Agli stessi cacciatori era stato fornito un questionario. Veniva altresì sottolineata l’opportunità di compilarlo e di segnalare le morti all’Istituto Zooprofilattico. Dall’esame dei primi 150 casi denunciati, risultava che gli uccelletti non morivano affatto di vecchiaia, ma di problemi legati all’alimentazione.

Gli animali provenivano dalle province venatorie lombarde (Bergamo e Brescia), oltre che dal Veneto e dalla Toscana. Per il campione esaminato si era portati ad escludere, dichiaravano i Veterinari presenti, problemi batterici o virali. Risultavano, infatti, patologie renali e cardiache, legate proprio all’alimentazione somministrata. I sintomi che per prima si manifestavano, erano legati ad una scarsa propensione a nutrirsi, mentre la totalità delle feci risultava di colore bianco a causa del malfunzionamento dei reni. Per cercare di salvare gli uccelli, appariva pertanto importante chiamare subito un veterinario, cambiargli la tipologia del mangime e l’acqua, e poi intervenire con dei farmaci adeguati.

Alla luce di ciò viene però da chiedersi come finora si sia affrontato il problema, e non solo sotto il profilo del maltrattamento di animali. Quali cure, e con quale competenza medico veterinaria, sono state somministrate ai poveri animali? Come si è proceduto allo smaltimento delle spoglie?

Vale appena il caso di ricordare che gli uccelli, tra le varie patologie, ne hanno una che in effetti raggruppa più ceppi virali che, non a caso, si chiamano dell’influenza aviaria. Tutti potenzialmente veicolabili all’uomo, ivi compresi quelli a bassa patogenicità. Non necessariamente, pertanto, quelli del tremendo H5N1 che continua ad essere presente in Europa, ad esempio in Bulgaria (vedi articolo GeaPress).

Ceppi a bassa patogenicità sono stati, invece, riscontrati negli ultimi anni (l’ultimo caso è solo di poche settimane addietro) in allevamenti di Umbria, Lazio e Basilicata (vedi articolo GeaPress). Si trattava, di sicuro nel caso della Basilicata, di allevamenti non intensivi. In quelli rurali, infatti, è più facile il contatto diretto tra uccelli selvatici portatori del virus e i domestici che rimangono infettati. In tutti gli allevamenti, è stata disposta l’eradicazione (ovvero uccisione) degli animali. Motivazioni sanitarie ed  economiche, come quelle che hanno indotto le autorità sanitarie mondiali a raccomandare la massima attenzione per quelle situazioni di possibile promiscuità, ovvero di contatti ravvicinati, tra uccelli ed uomini. Poi c’è anche il caso delle tigri di uno zoo Tailandese. Abbattute perché trovate contagiate dall’H5N1 dove aver mangiato i polli forniti come cibo (ovvero avevano annusato il virus presente nella carne prima di ingerirla).

Mettendo da parte la difesa degli animali, viene da chiedersi però, il perché si debbano continuare ad autorizzare catture che comportano poi una stretta convivenza negli allevamenti tra uomini e uccelli selvatici migratori. Perché poi, i corpicini dei disgraziatissimi uccelletti, devono sfuggire ai controlli veterinari, dal momento in cui nello stesso convegno di Brescia si è sottolineata l’opportunità di consegnare i corpicini all’Istituto Zooprofilattico?

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