GEAPRESS – Il referendum è un mezzo di democrazia diretta, ed infatti i mediatori del consenso popolare hanno fatto di tutto per far venire meno la raggiungibilità dei quorum. Nei referendum regionali, invece, le cose vanno diversamente e le sessantamila firme per il referendum regionale sulla caccia in Piemonte avrebbero dovuto portare alle urne fin dal 1988. Ed invece, come denuncia la LAC, le Amministrazione regionali di ogni colore, con strumentali iniziative legislative ed illegittimi provvedimenti amministrativi sono riuscite sempre a rinviare il voto popolare. I Consiglieri piemontesi hanno trovato invece il tempo per approvare un incredibile emendamento che consente ai cacciatori di prendere l’automobile anche quando sono in vigore i blocchi alla circolazione per gli alti valori di inquinanti presenti nell’aria. Diceva, però, l’emendamento: bisogna tenere conto “dell’importante attività quale quella venatoria” (vedi articolo GeaPress).

Ora però la Corte d’Appello di Torino ha dato ragione al Comitato promotore del referendum. La Regione Piemonte, con effetto immediato, dovrà riattivare le procedure referendarie per fare esprimere gli elettori piemontesi.

Il quesito chiede agli elettori di ridurre l’attività venatoria attraverso le seguenti azioni:

a) protezione per 25 specie selvatiche oggi cacciabili (17 specie di uccelli e 8 specie di mammiferi);
b) divieto di caccia sul terreno innevato;
c) abolizione delle deroghe ai limiti di carniere per le aziende faunistiche private;
d) divieto di caccia la domenica.

Non era possibile nel 1987 proporre un quesito che abolisse del tutto la caccia attraverso un referendum regionale, essendo l’attività venatoria prevista da una legge nazionale. Speriamo che i 23 anni di distruzione di una richiesta di democrazia, non abbiano logorato nessuno e che al più presto si possa perciò andare a votare. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).