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GEAPRESS – Dodicimila permessi di caccia ai nocivi rilasciati nella primavera del 1972 dalla Provincia di Reggio Calabria. Questo l’incredibile dato che ben rappresenta la tragica situazione venatoria che consentiva l’abbattimento degli animali in pieno periodo di riproduzione. Il principale bersaglio di quella caccia era il Falco Pecchiaiolo o Adorno, secondo la denominazione locale. Il povero rapace era ancora giudicato “nocivo” dalla vecchia legge sulla caccia.

I Rapaci in migrazione, oggi  protagonisti di uno spettacolo straordinario quale è la migrazione nello Stretto di Messina, venivano centrati da bracconieri nascosti in alcune migliaia di bunker in cemento e torrette in tubi metallici appositamente costruiti. I primi disposti nelle aree aperte. Le torrette, invece, tra le fronde dei boschi dell’Aspromonte.

In buona parte sono ancora li, specie i bunker in cemento, ma non chiediamo più il loro abbattimento. I bracconieri hanno smesso di utilizzarli e rappresentano comunque una testimonianza di quanto potrebbe nuovamente succedere“. A riferirlo a GeaPress è Giovanni Malara, protezionista di Reggio Calabria che, nell’ormai lontano 1984, ha voluto  la prima iniziativa antibracconaggio in difesa dei rapaci.

Con un ristretto gruppo di volontari della LIPU locale (tre persone,  da lui coinvolte), Malara decise di organizzare la prima manifestazione contro l’uccisione dei Falchi Pecchiaioli. Dal 1977, la legge era cambiata. Non si potevano più uccidere ma in provincia di Reggio Calabria non se ne era accorto nessuno.

La manifestazione doveva svolgersi la mattina del 6 maggio 1984 nelle colline di Pellaro, una zona tendente ai confini dell’ampia area che da Capo dell’Armi fino a Palmi, caratterizzava l’attività dei bracconieri. Alle due del mattino, qualcuno fece però esplodere una bomba nella sede ove era stato riposto il materiale da utilizzare.

L’ordigno scardinò la saracinesca mentre la porta in ferro venne completamente distrutta – ricorda Giovanni Malara – ma decisi lo stesso che quella manifestazione andava fatta, anche se non fu possibile raggiungere il luogo prestabilito“. Centinaia di bracconieri, provenienti da Catona, Archi ed altri quartieri di Reggio Calabria, dove si sparava fin dalle rive dello Stretto e dalle abitazioni, avevano raggiunto Pellaro. “Ero lì con pochissimi amici ed i Carabinieri che furono costretti a richiede l’intervento della Questura. La situazione si calmò quando, arrivati i rinforzi, le Forze dell’Ordine iniziarono  a chiedere i documenti“.

Fu proprio questo, l’esplosione di una bomba, che ha dato il via ad una lunga storia di campi antibracconaggio a Reggio Calabria. Il 2014, sarà la trentesima primavera. Nel 1983, invece, il primo campo inaugurato sul lato messinese da Anna Giordano. I rapaci venivano uccisi anche nelle colline di Messina, sebbene in forma più ridotta.

Il bracconaggio a Reggio Calabria – spiega Giovanni Malara – ufficialmente sembrava non esistere. Mi ricordo solo degli interventi dell’Arma dei Carabinieri, portati avanti a prescindere dagli esposti che inviavo. Il problema, però, era così vasto che di questi interventi quasi non ne rimaneva ricordo. I bunker erano sempre occupati. Avevamo tutti contro – aggiunge Malara  – La politica, innanzi tutto. Nessun partito, a prescindere dagli schieramenti, prese le nostre difese. Anzi in molti si scagliarono contro di noi accusandoci di rovinare le sane tradizioni. Solo pochissime personalità si sono distinte ma per il resto eravamo veramente soli“.

La gravità di quanto successo,  riuscì però ad attivare  qualcosa. Pochi giorni dopo, per iniziativa del Senatore Fabbri, si svolse una conferenza stampa al Senato. A seguire alcune  interrogazioni parlamentari.

Ad una di queste rispose l’allora Ministro dell’Intero Oscar Luigi Scalfaro. Il futuro Presidente della Repubblica interveniva anche a nome del Ministro di Grazia e Giustizia evidenziando come “questo Ministero è a conoscenza del fatto criminoso segnalato“. Le motivazioni dell’attentato, riferiva il Ministro dell’Interno, andavano ricercate “nel tentativo di scoraggiare l’attività in favore del mantenimento del divieto di caccia primaverile“. In  particolare si segnalava la pacifica manifestazione di Pellaro “che avrebbe dovuto concludersi con la marcia da effettuarsi nelle zone battute dai cacciatori“. Fastidi e resistenze, questo riferiva il Ministro, in merito a quanto verificatosi “nell’ambiente venatorio della provincia, in cui è fortemente radicata la tradizione della caccia primaverile ai rapaci“. Significativo come in quella stessa occasione il Ministro intendesse segnalare il parere negativo alla depenalizzazione dei reati venatori. “Con tale modifica – riferiva il Ministro dell’Interno – si ritiene che l’attività dei bracconieri sarebbe ulteriormente incentivata“.

Ad altra interrogazione, sempre in merito alla bomba, rispondeva invece l’allora Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste Filippo Maria Pandolfi che confermava la precedente risposta aggiungendo dei particolari.  In particolare si trattava delle “diverse manifestazioni di protesta da parte dei cacciatori” in difesa della caccia ai rapaci, oltre che la costituzione di una associazione di cacciatori “che ha, tra gli altri scopi, quello di operare pressioni sugli organi legislativi regionali e centrali, affinchè venga maggiormente liberalizzata la caccia”. Il Ministro confermava altresì la presenza  di appostamenti fissi per la caccia ai rapaci.

Quanto incideva tutto ciò nella realtà locale? “I primi anni furono tremendi – spiega Giovanni Malara – Mai un intervento della politica locale, anzi le pressioni sulla politica furono opposte.  Poi i cacciatori arrivarono a costituire un partito politico che per un pugno di voti non arrivò ad eleggere un suo rappresentante nel Consiglio Regionale. Avevamo veramente tutti contro con la sgradevole sensazione di  rischiare  la vita”.

Nel 1985 una notizia inattesa. Il Corpo Forestale dello Stato inviò, da altre regioni d’Italia, cinquanta uomini specializzati nell’antibracconaggio. Con una decina di camionette, un efficiente ponte radio installato nella vicina Sicilia e due elicotteri, l’intervento venne interpretato come una risposta alle istanze dei protezionisti. Le conseguenze, furono ancora una volta per  Giovanni Malara ed i protezionisti da lui guidati. Non più pochissimi attivisti, ma ancora pericolosamente pochi. Minacce, violenze ed orrende esibizioni che avevano tra gli scopi principali quello di provocare una reazione.

Non abbiamo mai reagito, sapevamo che era questo quello che volevano“, spiega Malara. Quando nel punto di osservazione deciso da Malara, i bracconieri si accorgevano della presenza delle ragazze, si recavano subito ad urinare innanzi. Per i ragazzi, invece, vi era un altro trattamento. Con un cappio di filo vegetale venivano catturate delle lucertole per essere  strette al collo mentre venivano passate sul viso dei protezionisti. Nei casi più gravi, venivano bruciate. “Mi sentivo contorcere dentro, ma abbiamo continuato a non rispondere. Quelle persone volevano la reazione che però non abbiamo mai fornito. Sapevamo che almeno quel giorno non sarebbero andati a sparare. Vedevano passare gli elicotteri della Forestale e sapevamo, così, di avere raggiunto quello che volevamo”.

Nei crinali, però, la situazione era pessima. Centinaia di bracconieri ed i rapaci che venivano giù uno dietro l’altro. L’area interessata era vastissima. Almeno cinquanta chilometri di costa con tutte le vallate interne, i piani dell’Aspromonte, fino a Gambarie. Bastava che cambiasse il vento ed i rapaci si dirigevano verso altri crinali. L’elicottero della Forestale si piazzava sopra le colline, in attesa che le camionette raggiungessero i bracconieri rimasti intrappolati.  Una collina, tra le tante, ma a lungo andare l’azione fu vincente.  I bracconieri avevano perso la tranquillità dei luoghi.

Sputi, spintonamenti, gettati a terra e colpiti con pugni e tiri di fango – spiega Malara. Poi, però, il tiro si alzò ancora di più. Nel 1990 iniziarono gli agguati alla Forestale. Due quelli segnalati con colpi di arma da fuoco. A nulla, in alcuni casi, valsero le precauzioni. Giubotti antiproiettili e portello posteriore della camionetta con uomo in armi, non servirono a parare le scariche che colpiro una pattuglia. Un proiettile, purtroppo, raggiunse il collo di un Forestale recidendo le corde vocali.

Sempre nel 1990 intervennero anche i Baschi Verdi della Guardia di Finanza. Misero a soqquadro alcuni laboratori clandestini di tassidermia. Erano pieni di falchi, cicogne ed altri migratori impagliati. Quattro Baschi Verdi, di rientro da un servizio antibracconaggio, vennero coinvolti in un incidente stradale. Morirono tutti. Quattro uomini che aveva prestato la loro opera in difesa della legalità e della natura.

Il clima, nel frattempo, si surriscaldò ancora di più. Gli attacchi a Giovanni Malara ed ai protezionisti, divennero quasi quotidiani.

A Catona, ad esempio, dove i rapaci arrivavano dalla Sicilia, quasi a livello del mare. Tra le case i colpi di fucile. Improvvisamente  delle persone infuriate  si scagliarono contro gli attivisti del GUFO (Gruppo Univeristario Faunistico Orinitologico). Provenivano da Viterbo ed avevano sentito parlare dell’attività condotta da Giovanni Malara. Per questo si erano recati a Reggio Calabria e quel giorno finirono nelle gelide  acque dello Stretto di Messina. Aggrediti e presi a pietrate. Uno di loro ebbe un collasso e rischiò di annegare trascinato dalla corrente. Solo per un caso fortuito gli aggressori, poi denunciati e condannati, non avevano notato un protezionista rimasto isolato. Fu quest’ultimo a riuscire a contattare Giovanni Malara. Nel luogo, oltre ai soccorsi, arrivarono i Carabinieri i quali, nei giorni successivi, scortarono fino alla stazione ferroviaria i protezionisti di Viterbo. Da segnalare, a questo proposito, l’intervento del Prefetto di Viterbo che chiese ragguagli sull’accaduto.

A Reggio, però, le cose continuavano ad andare per il solito verso. “Mi venne consigliato, come già era successo in altre occasioni, di prendere delle accortezze, ma questo avrebbe significato ridurre l’attività – spiega Giovanni Malara –. I luoghi conquistati ai bracconieri erano ormai tanti ed abbandonarli proprio non era il caso.  Da allora, però, qualcosa iniziò a cambiare, avevamo capito che una fetta non indifferente di bracconieri, aveva iniziato ad allentare la pressione“. Minacce, aggressioni, ruote tagliate e carrozzerie rovinate, oltre l’incredibile bomba, non avevano provocato l’effetto desiderato. Giovanni Malara, nel frattempo passato dalla LIPU al CABS, il Nucleo di volontari antibracconaggio, è ancora lì.

Oggi il bracconaggio ai Falchi Pecchiaioli è come un pentola piena di acqua calda che non bolle più. Il fuoco, però, è sempre acceso. Il 25 aprile 2010, quattrocento falchi vennero abbattuti a Solano. I bracconieri sapevano che il NOA (Nucleo Operativo Antibracconaggio) del Corpo Forestale non era arrivato nei luoghi. Nella primavera del 2012 ad Embrisi, Giovanni Malara contò centinaia di colpi di fucile e vide cadere numerosi Falchi Pecchiaioli. “Eravamo in una località molto distante da dove stava operando la Forestale – afferma Malara – e nel frattempo i bracconieri avevano commesso una strage. La fase acuta, comunque, sembra ora conclusa ma il problema persiste soprattuto nel periodo autunnale quando i rapaci percorrono la strada di ritorno verso i quartieri di svernamento africani. Anche per questi fatti c’è ora l’intervento dell’Europa grazie all’attività svolta a Strasburgo dall’On.le Andrea Zanoni. Spero che serva per un intervento più deciso“.

Chiediamo in ultimo quanti riconoscimenti sono arrivati per una attività pluridecennale che è riuscita a risolvere una situazione che ancora oggi si stenta a credere. “Riconoscimenti? Non ne ricordo – spiega Malara – ma non importa. Mi piacerebbe invece che lo Stato accompagnasse il cambio generazionale, rafforzando le strutture del NOA e impegnandosi a rendere partecipi le nuove generazioni a maturare un vero amore per la natura. Oggi vedo fin da casa mia le colline più tranquille ed i bunker vuoti e credo che sia valsa la pena impegnarsi in questi anni.  Non bisogna mai desistere e continuare a credere in quello che si fa”.

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