GEAPRESS – La zona è sempre la stessa. La fascia pedemontana tirrenica dell’estremità meridionale dell’Appennino calabro. L’entroterra di Gioia Tauro. L’uccellagione si pratica la mattina presto e al tramonto. Il bracconiere utilizza un profondo taglio nel bosco, in prossimità dei crinali. Qui alza fino a cinque metri di rete che tiene distesa con le mani ferme su due supporti in canna. Al passaggio del gruppo di uccelletti, costretti a percorrere il corridoio artificiale nel bel mezzo del bosco, la rete viene fatta scattare. Gli uccellini vengono uccisi con schiacciamento della testa, del torace o morsicando la stessa testa.

Ad intervenire nello scorso fine settimana, in due differenti operazioni, il Comando Stazione di Giffone del Corpo Forestale dello Stato ed i Reparti di Cittanova e San Giorgio Morgeto, quest’ultimo afferente al Coordinamento Territoriale per l’Ambiente del Parco Nazionale dell’Aspromonte.

Nel primo intervento, occorso il località Covaluta, nel Comune di Galatro (RC), sono stati fermati P.P., di anni 65 e C.D, di anni 78. Sono stati trovati con le mani nell’atto di tendere la rete. Un fringuello era stato appena ucciso per schiacciamento della testa.

Nel secondo intervento sono stati invece denunciati D.A., e C.G., entrambi di anni 64, e C.A., di anni 61. In località Catena, nel Comune di Cittanova, erano ben nascosti mentre tendevano la rete a maglie. Due fringuelli uccisi erano stati nascosti nella tasca del giubbotto di uno dei tre bracconieri. Uno di loro forniva inoltre generalità false, motivo per cui è stato denunciato, oltre che per i reati venatori, anche per violazione dell’art. 496 del Codice Penale. Ai cinque bracconieri verrà probabilmente contestato anche il reato di furto al patrimonio indisponibile dello Stato.

Una pratica dura a morire e purtroppo molto diffusa nel comprensorio. Nel 2006 un intervento dell’Arma dei Carabinieri, portato avanti con la collaborazione della LIPU, determinò lo smantellamento di oltre cento impianti e la denuncia di dieci uccellatori. Nel 2007, sempre l’Arma dei Carabinieri e la LIPU ripeterono l’operazione denominata, per la particolarità dei supporti della rete a maglie, “canne al vento”. Vennero utilizzate telecamere nascoste che rilevarono come i quattro bracconieri, poi denunciati, uccidevano i poveri uccellini, schiacciando la testa con i denti. Il bracconiere sputava poi i resti di piume e di materia cerebrale.    

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