GEAPRESS – Come Indiana Jones. Con una corda calata lungo un pendio incoerente coperto di rovi e ginestra. I bracconieri di uccelli rapaci, pur di arrivare nelle postazioni da dove sparano agli adorni (nome dialettale del Falco pecchiaiolo), trovano tutte le strade, ivi comprese … le corde. Solo che questa volta ad arrampicarsi sono stati i volontati della LIPU, guidati da Giovanni Malara, coordinatore del campo antibracconaggio nel versante calabrese dello stretto di Messina.

Siamo a due passi da Scilla (RC) in una strettissima valle che da sotto i piloni dell’ autostrada Salerno – Reggio Calabria, precipita con sbalzi da paura nelle acque dello stretto di Messina. Località “Acqua dei Porci”, i volontari della LIPU stavano monitorando i luoghi, dal momento in cui avevano già sentito alcuni colpi di fucile. Poi l’arrivo della pattuglia del NOA – Nucleo Operativo Antibracconaggio, del Corpo Forestale dello Stato. Quest’anno vi sono state un’infinità di polemiche (vedi articolo GeaPress). Problemi di badget, ma poi lo Stato ha dato manforte ai forestali locali con una pattuglia. Valida, ma pur sempre una per un territorio vastissimo.

Il NOA aveva appena concluso un’altra operazione, questa volta ai danni di un uccellatore. Il bracconiere di “Acqua dei Porci”, alla loro vista, si è gettato a terra. Forse disperato. Ne aveva tutti i motivi. Il fucile, infatti, presentava la matricola abrasa e per questo è stato arrestato. Poi il Falco pecchiaiolo ucciso e la licenza di caccia in regola. Per questo (grazie alla concessione di una assurda legge sulla caccia che esclude per i cacciatori alcuni articoli del Cordice Penale), non gli si è potuto contestare il reato di furto al Patrimonio Indisponibile dello Stato. Per lui, cacciatore in atto di bracconaggio, si applicano i blandi reati venatori, tutti di natura contravvenzionale.

Nel corso della perquisizione domiciliare, a M.P., di anni 61 residente ad Arangea nella periferia sud di Reggio Calabria, sono stati trovati altri cinque fucili, tutti regolamente denunciati, ma detenuti in luogo diverso da quello comunicato. Poi seimila cartucce, sedici chili di polvere da sparo e richiami elettromagnetici per la caccia illegale.

Il cacciatore M.P., aveva 5 fucili denunciati. Il bracconiere M.P., aveva un fucile con matricola abrasa. Il bracconiere, infatti, sa benissimo che alla prima vista delle Forze dell’Ordine, il fucile deve essere nascosto. Niente, con la matricola abrasa, può a lui ricollegarlo.

Solo nell’ultima settimana – dice a GeaPress Giovanni Malara, coordinatore del campo antibracconaggio LIPU – la Forestale ha sequestrato, sempre in operazioni antibracconaggio, altri tre fucili clandestini“.

La Calabria, ex terra di sequestri, ha visto aumentare il furto di fucili da caccia. Lo scorso inverno, un cacciatore che provò a reagire ai ladri, venne addirittura ucciso. Certo, possono servire per consumare altri reati, ma un cliente sicuro è proprio il bracconiere. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).

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