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GEAPRESS – Nottetempo due disegni di grandi dimensioni sono stati proiettati, alternati e dissolti l’uno nell’altro, in un luogo centrale di Pordenone.

Un preludio delle prossime manifestazioni di protesta in occasione dell’annuale Sagra dei Osei di Sacile. Un grande mercato a cielo aperto, denuncia la LAV di Pordenone ed Animalisti Friuli Venezia Giulia, dove vengono venduti in piccolissime gabbie migliaia di uccelli. Si tratta, riferiscono gli animalisti, di un evento centrale per quanto concerne la vecchia pratica dei richiami vivi, le cui deroghe italiane per permettere la cattura in libertà sono tema dibattuto in questi giorni anche anche in sede europea.

Manifestazioni di protesta che iniziano con una dura denuncia della LAV di Pordenone e di Animalisti Friuli Venezia Giulia.

A Sacile, infatti, ci sarebbe stato addirittura un “funerale”, ovvero quello del diritto costituzionale di manifestazione del pensiero. La Commissione per l’ordine pubblico, secondo gli animalisti, avrebbe sentito gli organizzatori ed infine “negato lo svolgimento dell’annuale manifestazione di dissenso contro la sagra dei osei di Sacile (fiera ornitologico venatoria) in Piazza del Popolo, cuore della città e -lo ricordiamo- non salotto privato degli organizzatori della sagra. Animalisti OUT. Fuori dalla loggia comunale, fuori dalla piazza”.

Animalisti Fvg e Lav, organizzatori di Nosagraosei, non accettano di essere messi in un angolo e rivendicano quello che è un diritto sancito dalla Costituzione Italiana.”.

Già da moltissimi anni, aggiungono LAV e AFV, durante lo svolgimento della Sagra dei Osei di Sacile, sarebbe stata perpetrata una violazione al diritto individuale del libero movimento delle persone, transennando l’intera cittadina e imponendovi  l’accesso a pagamento (biglietto dal costo di 5 €).
Intanto, a Pordenone, appaiono gli occhi, anzi due occhi.

Il primo – riferisce l’artista visiva Tiziana Pers – ritrae l’occhio spalancato di un bambino, nel cui riflesso vediamo le sbarre della gabbia. Attraverso le sbarre lo sguardo di un merlo s’incontra con quello del bimbo e, di riflesso, si rivolge a noi. Il secondo disegno ritrae invece l’occhio di un merlo, nel cui riverbero leggiamo le sbarre della gabbia. Attraverso le medesime sbarre lo sguardo del bambino s’incrocia con quello del merlo, e, quindi, con il nostro. Noi spettatori siamo, di volta in volta, merlo e bambino“.

Secondo l’artista per riconoscere le radici della violenza molte volte è sufficiente soffermarsi su quanto sta di fronte a noi, su ciò che rientra nella reiterazione dei gesti e delle abitudini.

Per questo l’idea di ingrandire a dismisura un dettaglio, conferendo monumentalità all’intimo gesto del disegno, si prospetta come una finestra e una lente su degli occhi che sovente non riconosciamo nella loro pienezza, ma che identifichiamo frettolosamente nella patina dei luoghi comuni: l’uccellino sta nella gabbia, il bambino si porta a vedere l’uccellino.

Quello che m’interessa indagare – ha aggiunto Tiziana Pers –  è: se li mettiamo a fuoco, se sfaldiamo i trascorsi incancreniti della consuetudine, siamo in grado poi di reggere il peso di quel duplice sguardo che si rivolge direttamente a ciascuno di noi?
Siamo in grado noi di ignorare quei minuscoli occhi di anime senza colpa intrappolate a vita?
E siamo in grado poi di sostenere con i nostri figli che questo è il futuro privo di compassione che stiamo consegnando nelle loro mani? Ma in fondo, non era anche la schiavitù una tradizione?
Lo sguardo per eccellenza rappresenta la prima forma di comunicazione non verbale, di comprensione dell’altro prima delle parole.
Ma quello del bambino e dell’uccellino, ingrandito e focalizzato, è il dialogo impossibile tra due innocenti, poiché mediato dalla violenza di una gabbia.

Mi domando se sia questo il momento in cui il sentire comune si riapproprierà della capacità di mettere a fuoco la violenza che stiamo infliggendo ai soggetti-di-una-vita, ed il desiderio di rimuovere le sbarre dagli occhi di entrambi, riconciliandoci finalmente con l’altro, diventerà volontà condivisa.
E mi domando anche se, dopo la distruzione di quella waste land che abbiamo progettato, sconfinato deserto tra noi e l’altro, un vero incontro sia ancora possibile.
Nello specifico la mia è una domanda rivolta prima di tutto a me stessa: il bambino ritratto è mio figlio di cinque anni, che fin da piccolissimo non sopportava di vedere gli uccelli chiusi in gabbia.
Il merlo invece è uno dei milioni di uccelli privati di identità e impiegati come richiami vivi.

Se il ruolo della cultura è quello di costruire le basi di un’umanità migliore, più consapevole e più critica verso se stessa e verso il rapporto con il resto del creato, allora forse anche il ruolo della tradizione necessita di essere rivoluzionato, partendo dagli spinte di ogni individuo che non si riconosca nelle zone d’ombra del proprio tempo“.

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