Piemonte – gli anticaccia: Monti sciogli Cota
Clamorosa iniziativa dopo lo scippo del referendum anticaccia.
GEAPRESS – Scippato grazie ad un articoletto inserito di tutta fretta nella legge finanziaria piemontese. In tal maniera la Regione Piemonte ha precluso lo svolgimento referendario (vedi articolo GeaPress). Per i legali del Comitato promotore non solo è stato stravolto il quadro normativo regionale in materia della tutela della fauna ma si sarebbero anche violate le direttive comunitarie oltre che i principi costituzionali.
Per tale motivo non solo si ricorrerà al TAR per chiedere la disapplicazione dell’art. 40 della Legge Finanziaria, ma si prospetta anche l’invio alla Corte Costituzionale per illegittimità costituzionale. L’iniziativa più clamorosa, però, arriva con la richiesta al Presidente del Consiglio dei Ministri di avvio delle procedure di scioglimento del Consiglio regionale del Piemonte e/o rimozione del Presidente Cota ex art. 126 della Costituzione per atti contrari alla Costituzione e per gravi violazioni di legge, Questo sempre secondo il Comitato promotore il quale si appresta a chiedere anche la richiesta di risarcimento danni in sede civile, oltre che la presentazione di un esposto penale.
Un fatto inedito, quest’ultimo, dal momento in cui potrebbe ravvisarsi una situazione di particolare gravità non solo per la Regione in quanto Ente avverso, ma anche per i singoli Consiglieri regionali. C’è chi sostiene, infatti, che in tal maniera sarebbe stato impedito il diritto di voto. Voto, rinviato con cavilli legali per oltre 25 anni, ed infine imposto (prima del colpo di spugna della Regione) per intervento della Corte d’Appello di Torino e del TAR. Se la Regione non avesse ottemperato, sarebbe intervenuto il Prefetto. La Regione, invece, ha annullato l’intera legge regionale sulla caccia, facendo così mancare l’oggetto referendario. Inoltre, per consentire la prossima stagione venatoria ha già annunciato una legge farsa. Solo cinque specie verranno protette, di scarso o nullo interesse venatorio come i corvidi. Incredibile poi il divieto di caccia la domenica. Niente doppiette ma dal 15 febbraio al 30 settembre, ovvero nel periodo quasi totalmente coincidente con la chiusura della stagione venatoria. Per l’attività venatoria sulla neve, in pratica nulla cambierà. Si potrà continuare a sparare agli ungulati e alla volpe.
I referendari avevano chiesto cose notevolmente diverse. Le specie da proteggere dovevano essere venticinque e non cinque. La domenica doveva essere vietata alle doppiette quando la caccia era consentita e non già vietata. Similmente l’attività venatoria nei terreni innevati, doveva essere interdetta proprio alla volpe e agli ungulati, essendo questi gli animali ai quali è di fatto consentito sparare. La Regione, invece, si appresterebbe a varare il divieto di caccia sulla neve eccetto che ad ungulati e volpe.
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Mi auguro davvero ke ci siano tutti gli estremi per far valere le posizioni del comitato promotore! Sarebbe davvero quanto di più meritato per la giunta regionale e il suo sceriffo!
La giunta Cota, è filo caccia, come lo è stata quella Bresso…..(vedi caprioli).non cambia nulla.
Ma questo comitato per il referendun ha il delirio di onnipotenza, e vuole essere addirittura superiore alle decisioni del Consiglio Regionale. Mi risulta che in tutte le altre regioni italiane sia concesso di andare a caccia alla domenica, e che le specie cacciabili in Piemonte siano ridotte, sempre rispetto alle altre regioni e alla legge nazionale la 157, questo vuol dire che i cacciatori piemontesi non hanno gli stessi diritti degli altri italiani. Perciò sono i quesiti referendari che sono contro i diritti di libertà di tutti i cittadini di essere uguali di fronte alla legge, in questo caso la 157, legge nazionale che regola la caccia.
I quesiti refendari erano assolutamente leciti perché aventi tutti i presupposti legislativi per richiederli. C’è anche una sentenza che di fatto condannava la Regione e obbligava a svolgere il refenderum, che comunque andava unito a qualsiasi tornata elettorale (anche quella del 2013). Quanto è stato fatto va contro all’interesse di una parte di cittadini ed è assolutamente incommentabile dal punto di vista amministrativo. Quanto meno si poteva studiare una nuova legge migliorativa, cosa che invece non è stata fatta. Occorre ricordarsi che prima ancora dell’attività venatoria, vengono gli interessi di TUTELA della fauna e soprattutto della maggior parte dei cittadini. La caccia in Italia gode di privilegi incomprensibili e assolutamente incostituzionali (vedasi libertà di girare tranquillamente armati per terreni di proprietà privata, una cosa che lede uno dei diritti primari).
Il sig ACR (cultura “rurale” dietro cui si nasconde in realtà caccia e poc’altro), come ha già fatto in passato, viene qui a raccontare cose alquanto bizzarre, come al solito travisando quella che è l’effettività delle cose. In primo luogo se c’è qualcuno che soffre di delirio di onnipotenza (e che mette tale delirio al servizio della lobby venatoria) e vuol essere “superiore alle decisioni” (che sarebbero scaturite da un referendum), è proprio la giunta piemontese, visto che ha pensato bene di scavalcare la consultazione referendaria con un meschino espediente i cui effetti vanno addirittura in senso inverso a quello che era l’intento della consultazione stessa. In secondo luogo quella che “i cacciatori piemontesi non avrebbero gli stessi diritti di tutti gli altri” è una vera e propria sciocchezza in termini legali, visto che le regioni (come da costituzione) hanno la titolarità di legiferare in materia di caccia entro i limiti imposti dalla 157/92, e quindi eventuali imposizioni restrittive sarebbero state legittime a tutti gli effetti, senza per questo intaccare certi “diritti” (comunque discutibili). Senza dimenticare che la caccia non è un “diritto” ma tutt’al più “concessione”.In terzo luogo i quesiti refererendari riguardavano solo la caccia, quindi NON vanno contro i “diritti di libertà di tutti i cittadini”, ma semmai contro le pretese di un numero irrisorio di cittadini cacciatori, che nonostante la propria esiguità numerica ha l’arroganza di volere fare il bello e il cattivo tempo, sostenuta dalla compiacente giunta regionale. Infine i quesiti referendari non solo non sono contro la libertà dei cittadini, ma addirittura sono stati definiti legittimi a tutti gli effetti dagli organi competenti che avevano imposto alla giunta di far svolgere la consultazione.
X Gipo Non arrampicarti sugli specchi: il Consiglio Regionale nel pieno del suo diritto di legiferare, ossia fare o abrogare un legge regionale già esistente, ha fatto quello che era in suo potere, punto e basta. Non mi risulta che una minoranza della popolazione, in questo caso i cacciatori , abbiano una così grande capacità persuasiva nei confronti del Cosiglio Regionale per obbligarlo ad abrogare una legge sulla caccia. Le tue sono solo sterili teorie di complotti per affossare un referendum già nato morto per una semplice questione finanziaria. Altra nota, se il referendum non avesse raggiunto i quorum, la colpa sarebbe stata comunque dei cacciatori, secondo la tua teoria.
Chi si arrampica sugli specchi è chi sostiene che i cacciatori piemontesi non avrebbero gli stessi ‘diritti’ degli altri cacciatori italiani solo perché una legge regionale LEGITTIMAMENTE (visto che è la Costituzione a definirlo) ne circoscrive il campo d’azione. Al contempo che le giunte regionali possano abrogare leggi esistenti è pur vero: tutto sta nel definire se sia legittimo farlo con l’evidente e dichiarato scopo di far saltare una consultazione referendaria scomoda! Dunque che nella fattispecie il Consiglio regionale abbia effettivamente legiferato nel pieno del suo diritto, non spetta certo ad ACR, dirlo, bensì agli organi verso cui i promotori del referendum sono dovuti (per l’ennesima volta) ricorrere. Altro che punto e basta!
Io non so se una minoranza della popolazione (i cacciatori) abbiano una così grande capacità di persuasione nei confronti del consiglio regionale, ma che si tratti di persuasione da parte della lobby venatoria o di spontaneo servilismo verso tale lobby da parte della giunta (per averne un ritorno politico), all’atto pratico cambia poco visto che il risultato è lo stesso: l’emanazione da parte di molte giunte regionali (non ultima proprio quella piemontese), di leggi e leggine del tutto illegittime (come appurano successivamente gli organi preposti) a tutto vantaggio della lobby venatoria.
Che il referendum fosse già nato morto sono solo le considerazioni di chi aveva (ed ha) tutto l ‘interesse a non farlo celebrare… Le faccio altresì presente che quando una consultazione referendaria viene dichiarata legittima (come avvenuto nella fattispecie) e ne viene imposto lo svolgimento, la questione finanziaria, -ovvero i costi del referendum- non ha assolutamente rilevanza quale strumento per scavalcare tale consultazione perché il referendum è un diritto sancito dalla Costituzione, e come tale non può e NON DEVE essere sottoposto ad un giudizio (oltretutto parziale) di legittimità, afferente a questione di costi. Oltretutto l’atteggiamento strumentale e opportunistico della giunta piemontese costituisce un pericoloso precedente, perché a questo punto sorge spontanea una domanda: cosa sarebbe successo se davanti ai referendum dello scorso anno, ad esempio quello sul nucleare, la maggioranza parlamentare si fosse comportata come sta facendo la giunta piemontese, ovvero avesse dapprima abrogato in maniera del tutto strumentale la vigente legge sul nucleare, per poi approvarne una ancora più permissiva e per di più in aperto contrasto con quelli che erano i quesiti referendari (attuando un vero e proprio colpo di mano, insomma)? Dubito fortemente che i sostenitori della ‘cultura rurale’ (notoriamente contrari al nucleare) avrebbero accettato seraficamente questo ‘giochetto’ dicendo che è tutto a posto perché “il parlamento nel pieno del suo diritto di legiferare, ossia fare o abrogare un legge già esistente, ha fatto quello che era in suo potere, punto e basta” , come invece dicono adesso solo perché fa loro comodo.
Infine anche se il referendum non avesse raggiunto il quorum, in ogni caso la giunta si sarebbe trovata davanti dei dati numerici (quelli dei “sì” e dei “no”) che non avrebbe assolutamente potuto ignorare nello scrivere una nuova legge… da qui la paura che l’attuazione del referendum, anche in mancanza di quorum, avrebbe potuto infastidire non poco le velleità filovenatorie di Sacchetto & C.
Vista l’affluenza alle urne per le amministrativa,toccava appena il 36%,per il referendum……..
@ Gipo:
“Infine anche se il referendum non avesse raggiunto il quorum, in ogni caso la giunta si sarebbe trovata davanti dei dati numerici (quelli dei “sì” e dei “no”) che non avrebbe assolutamente potuto ignorare nello scrivere una nuova legge… da qui la paura che l’attuazione del referendum, anche in mancanza di quorum, avrebbe potuto infastidire non poco le velleità filovenatorie di Sacchetto & C.”
Con il 36% anche se fossero stati “naturalmente”tutti si (poiché i cacciatori non si presentavano alle urne) non capisco cosa avrebbe dovuto infastidire a Sacchetto………
Cordilità
@ imma.
Premesso che lei ha dati sbagliati sull’affluenza alle urne, visto che a quanto risulta dal Ministero dell’Interno , a livello nazionale al primo turno ha votato il 65,36% degli aventi diritto e al secondo il 51,38%… e per il Piemonte tali dati sono rispettivamente 65,45% e 50,36%;
per il resto è presto detto perchè una consultazione referendaria, pur senza il raggiungimento del quorum, avebbe potuto creare noie alle concessioni filovenatorie pianificate da Sacchetto & C.: perchè se la giunta si fosse trovata davanti a dati riportanti una percentuale di voti contrari alla caccia verosimilmente pari a 5 o 6 volte la percentuale dei voti favorevoli, su che basi poi avrebbe potuto giustificare l’approvazione di una legge addirittura più permissiva di quella sottoposta a referendum?!?!?
Un eventuale non raggiungimento del quorum avrebbe certamente permesso alla giunta di non essere vincolata, ma allo stesso tempo una (verosimile) schiacciante vittoria dei sì -ovvero di chi chiedeva una riduzione della caccia- avrebbe comunque ridotto di parecchio lo spazio di manovra della giunta nell’approvare leggi più permissive. Ecco perchè per Sacchetto & C. questo referendum era una patata bollente, a prescindere dal quorum… ecco perchè fin dall’inizio hanno fatto di tutto per affossarlo e per ostacolarlo… l’esatto contrario di quel che avrebbe dovuto fare una giunta super partes e non prona agli interessi di certe lobby.
Vista la lotta incredibile che è stata fatta dagli stessi amministratori al referendurm, dubito che avrebbe raggiunto il 36%… avrebbe probabilmente fatto valori più alti. Detto in altre parole, il referendum faceva molta paura, ma davvero molta se si voluto pure evitare di farlo dopo tanti boicottamenti. E la cosa è davvero interessante per il futuro.