laccio
GEAPRESS – Aveva teso lacci nel torrente nel torrente Luretta vicino la confluenza con il torrente Tidoneproprio lungo i sentieri che costiuiscono solito passaggio degli animali. A finire “in trappola”, però, non è finito un selvatico ma lo stesso cacciatore grazie all’operazione congiunta dei Carabinieri della Stazione di San Nicolò a Trebbia al comando del Luogotenete Mario Congiu e dal Nucleo Tutela Faunistica della Polizia Provinciale di Piacenza guidata dal Sovrintendente Pietro Masini e l’Ispettore superiore Roberto Cravedi.

Le indagini coordinate dal Pubblico Ministero Dott. Roberto Fontana erano partite qualche giorno prima dopo il ritrovamento di alcuni lacci. Secondo quanto reso noto dalla stessa Polizia Provinciale, la vegetazione era stata opportunamente modificata costringendo gli animali selvatici a transitare proprio dove erano state posizionate le trappola. La fattura e l’ubicazione dei lacci dimostravano certamente una lunga esperienza nella caccia di frodo ai cinghiali e ai caprioli, animali a cui erano sicuramente destinate.

Il tempestivo intervento delle Pattuglie ha scongiurato per fortuna la cattura della fauna.

Le indagini si sono così con l’individuazione del presunto responbile e una scrupolosa perquisizione domiciliare nel corso della quale sono stati rinvenuti altri lacci pronti all’uso e attrezzatura per il loro confezionamento, una carabina non denunciata e munizioni ed un fucile custodito in luogo diverso ed in violazione alle cautele previste dalle norme in materia di armi. Il materiale è stato sequestrato e posto a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Il cacciatore veniva così denuciato a piede libero con l’accusa di esercizio della caccia in periodo di chiusura generale e con l’utilizzo di lacci per la cattura di ungulati selvatici con mezzi non consentiti, attività idonea a integrare il tentativo di uccisione di animali senza necessità e con crudeltà e violazioni alle normativa in materia di armi e munizioni.

Il cosiddetto “laccio”, spiega la Polizia Provinciale di Piacenza, è un metodo di caccia illegale. Si tratta di uno strumento di semplice fattura costituito da un cavo metallico; lo spessore cambia in funzione della preda che si tenta di colpire. Il laccio viene legato per una estremità ad un paletto o direttamente ad un ancoraggio maggiore (albero o spuntone di roccia). L’altra estremità, invece, è predisposta come un vero e proprio cappio in genere piazzato lungo i camminamenti abituali degli animali. Può colpire le zampe, fatto questo più comune per lupi, cervi e caprioli, se bloccati per gli arti, si può arrivare all’amputazione dello stesso. Il laccio, infatti, penetra sempre più ogni volta che l’animale tenta di liberarsi oppure prendere per il collo. Questa eventualità può maggiormente verificarsi per i cinghiali e le volpi. Preso per la pancia, fatto più comune per lupi e volpi, si ha in genere la rottura del diaframma, per i cinghiali che vengono invece acciuffati per la gola, il soffocamento, l’agonia può durare da poche ore a parecchi giorni.

A rimanere vittime, sono spesso animali domestici, come cani, gatti ed animali da pascolo.

La Polizia Provinciale da anni è impegnata contro la diffusione di questo fenomeno, organizza personale volontario appartenete alle Associazioni venatorie ed ecologiche provinciali per la ricerca dei lacci presenti nelle siepi e nelle zone boschive della provincia. L’individuazione dei responsabili è un compito particolarmente difficile in quanto il materiale utilizzato per la fabbricazione del laccio è di uso comune e di facile reperimento, l’installazione è effettuata in genere in luoghi poco accessibili e nascosti.

Chiunque dovesse rinvenire trappole o lacci deve segnalarne la presenza alle Forze dell’Ordine che avvieranno immediatamente le indagini del caso.

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