GEAPRESS – Da circa due mesi se ne va in giro con il tremendo cappio metallico del bracconiere. Inizialmente l’aveva stretto al collo. Poi, con il passare del tempo, la morsa di metallo è scivolata lungo l’addome. Solo che in due mesi il cinghiale dell’Oasi Tevere Farfa, quasi al confine tra la provincia di Roma e quella di Rieti, è aumentato di dimensioni ed il cappio metallico ha iniziato ad entrare nella carne.

A chiedere aiuto è stato il sig. Franco, proprietario di un ristorante della zona, il quale non nasconde di accogliere con qualche leccornia cinghiali, ma anche volpi e scoiattoli. Un fatto che però è mal tollerato dalla Riserva Regionale. Come è noto in tal maniera si potrebbero indurre i cinghiali in comportamenti non soliti per un animale che rimane comunque selvatico, oltre al fatto che la vicinanza con l’uomo potrebbe non portare sempre buoni propositi. Ne è una dimostrazione il povero cinghiale che oggi ha visto arrivare la Polizia Provinciale per studiare un piano di cattura.

Tutti vogliono che il cinghiale rimanga in quel posto ma ora si deve catturare, addormentare ed infine intervenire chirurgicamente. Prima che sia troppo tardi. La ferita, infatti, ha già iniziato a sanguinare ed andando avanti di questo passo una infezione letale sarà inevitabile.

Già domani, potrebbe forse mettersi in atto un piano risolutivo. Lo suggerisce, quasi, lo stesso proprietario del locale che ha proposto di attirare il povero animale in un recinto dove il Veterinario potrà provvedere con tutta calma  alla sedazione. Il fatto di essere abituato alla presenza dell’uomo, non potrà in questo caso che essere d’aiuto.

Purtroppo la presenza di tali micidiali marchingegni, è ancora molto in uso nella nostra penisola. Metodi di caccia illegali, forse non troppo puniti dalla legge sulla caccia ed anche per questo largamente diffusi. L’azione del cappio è semplice quanto brutale. Il bracconiere, in genere una persona dei luoghi e per questo ottimo conoscitore delle abitudini degli animali, sistema lungo i camminamenti della fauna, un cavo metallico attorcigliato come un vero e proprio cappio. Il malcapitato animale, a volte attirato con del cibo, rimane cosi bloccato per il collo o una delle zampe. Tentando di scappare, peggiorerà sempre più la sua situazione. Il nodo, infatti, inizia a stringere arrivando nei casi estremi a provocare l’amputazione dell’arto. E’ già capitato, infatti, di trovare zampe di ungulati, ma anche di volpe come di animali domestici, ancora attaccati al cappio.

L’agonia può durare per giorni, fino a quando il bracconiere andrà a controllare la trappola. Era ad esempio già gravemente ferito dal laccio-cappio, il povero cinghiale finito a colpi di pistola da un bracconiere della provincia di La Spezia (vedi articolo GeaPress). Quando vengono presi per la gola, la morte sopraggiunge per soffocamento. Se il cappio stringe invece sull’addome si può arrivare alla rottura del diaframma.

Nel caso del cinghiale dell’Oasi di Tevere Farfa, la situazione è diversa. In qualche maniera è riuscito a scappare ma il cappio è rimasto su di lui. Domani, forse, potrà essere tutto risolto.

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