GEAPRESS – In Italia i cacciatori possono scavalcare la recinzione di un fondo, che non sia un costoso “fondo chiuso”, e cacciare nel vostro terreno. E’ l’art. 842 del Codice Civile, madornale anomalia di una delle legislazioni più filocaccia europee. La nostra, ovviamente. Se poi non c’è neanche l’ombra di una recinzione, figuriamoci. Libero accesso, senza neanche la fatica di scavalcare. Un desiderio di equità, però, è almeno formalmente appagato. L’articolo 15 della legge 157/92 (legge sulla caccia) prevede, infatti, che è “dovuto ai proprietari o conduttori un contributo da determinarsi a cura della amministrazione regionale in relazione alla estensione, alle condizioni agronomiche, alle misure dirette alla tutela e alla valorizzazione dell’ambiente”. La cifra deve essere prelevata, dice sempre la legge, dalla tassa di concessione venatoria regionale. Già, in teoria. In pratica, però, non è mai successo che un solo centesimo sia arrivato dai cacciatori ai conduttori di fondi.

Ci sta ora pensando la LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia) che in Lombardia ha annunciato la prima di una serie di clamorose class action civili, regione per regione. Le prime adesioni di proprietari e conduttori sono già pervenute. Le Regioni dovranno ora porsi il problema del “canone venatorio” eluso per diciannove anni. Uno studio legale di fiducia della LAC curerà la vicenda. Proprietari e conduttori, in un fronte comune, potranno così reclamare il canone 2011 non corrisposto, i 19 anni di arretrati e relativi interessi.

Un risultato doppio con un’unico impegno, visto che i soldi non potranno che essere prelevati dai fondi regionali destinati ai contributi all’attività venotaria. In primis le dannose liberazioni di “salvaggina-pronto caccia”. Animali con scarse o nulle caratteristiche di selvaticità, spesso appartenenti a specie estranee al patrimonio faunistico italiano, lanciate al tiro delle doppiette dei cacciatori.

Per la sola Lombardia il debito venatorio ammonta, per il 2011 a 89.930.000 euro da destinare ai proprietari dei fondi. Il calcolo è fatto per difetto. Considerando, infatti, un indennità medio-bassa di € 70 all’anno per ettaro (pari a 0,007 al mq, una cifra irrisoria), moltiplicati per gli ettari ove si svolge la caccia (1.277.000), si arriva così ai quasi 90 milioni di euro che la Regione Lombardia avrebbe dovuto pagare ai proprietari dei terreni. In dieci anni (cioè quasi metà di quelli arretrati) significa la bellezza di 890 milioni di euro.

Ce ne sarebbe abbastanza, come chiede la LAC, per chiudere, in attesa del reperimento dei soldi, l’attività venatoria. Del resto con le irrisorie 64 euro di tassa regionale annua, non c’è molto dove andare. I cacciatori, fa intendere la LAC, dovrebbero pagare molto di più per onorare quanto dovuto dalle Regioni.

Mai più cacciatori gratis nei fondi altrui, nella speranza che prima o poi possano decidere di appendere il tiro di fuoco alla parete. Intanto, domani, a Torino manifestazione anti caccia (vedi articolo GeaPress).

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