GEAPRESS – Potrà dimenticare per sempre i suoi monti, dove aveva finora vissuto per non meno di otto anni. Questa l’età presunta della femmina di Aquila reale caduta vicino al Santuario di Macereto, nel Comune di Visso (MC), all’interno del Parco Nazionale dei Monti Sibillini. Centrata da una rosa di pallini da caccia. I danni all’ala sono recuperabili con un intervento chirurgico, ma i pallini che le hanno colpito l’occhio, distruggendolo, le impediranno per sempre di tornare nel suo ambiente naturale. Dal Parco Nazionale dei Monti Sibillini confermano che l’animale potrebbe essere stata colpito in una zona esterna, ovvero molto vicina con una nota area di caccia, e poi caduta appena oltre i confini.

L’animale, subito soccorso per le prime cure dai Veterinari del Parco, è stato poi trasferito dal Corpo Forestale dello Stato di Visso presso il Centro Recupero Rapaci di Pescara, gestito sempre dalla Forestale. Qui il Veterinario dott. Luca Brugnola, ha refertato la frattura dell’ala e la perdita dell’occhio. L’animale è stato colpito in tutto il lato destro.

Un fatto molto grave che richiede misure urgenti. Secondo il Direttore del Parco Nazionale dott. Franco Perco “il fenomeno del bracconaggio sta raggiungendo livelli preoccupanti e richiede per questo urgenti misure straordinarie di prevenzione e repressione non solo all’interno del Parco ma anche nelle aree circostanti“.

Il Parco Nazionale ha un’estensione di 70.000 ettari ma a vigilare un’area così grande, accessibile da più strade anche in piena notte, sono solo 42 Guardie Forestali del Coordinamento Territoriale con il quale vi è un ottimo rapporto di collaborazione. Una situazione di sotto organico, dal momento in cui i Forestali a difesa del Parco dovrebbero essere ben 70, se a questo ci si aggiungono la scarsità di mezzi e risorse si capisce bene, come evidenziato dallo stesso Ente Parco, come sia ardua la difesa dell’area protetta.

Ad aggravare la situazione vi è poi, sottolinea ancora il Direttore del Parco, la bassa previsione di pena. Si ricorda, infatti, che i reati previsti in violazione delle norme venatorie sono tutti di natura contravvenzionale. Basse ammende, in buona parte oblazionabili, e previsioni di arresto teoriche, dal momento in cui i pochi mesi previsti sono molto al di sotto della soglia di punibilità. Nei casi più gravi, ove è contemplata la revoca del porto d’armi, bisogna attendere la condanna definitiva (se mai si arriva a tale grado di giudizio) o il Decreto Penale di Condanna divenuto esecutivo. Sta di fatto che in una recente operazione compiuta dal Corpo Forestale nella Parco Nazionale della Sila, venne fermato un cacciatore con regolare porto d’armi e con alle spalle altre due violazioni della legge sulla caccia, tra cui proprio il reato di caccia in area protetta. Si era opposto al Decreto penale di Condanna ed era legittimato a continuare ad essere cacciatore. Solo se non in possesso del porto d’armi uso caccia si può incorrere nel reato di furto al patrimonio dello Stato. La legge sulla caccia, infatti, ha escluso i cacciatori dall’applicabilità di questo reato. Insomma la normativa, non scoraggia il bracconaggio.

Su questo punto, però, interviene nuovamente il Direttore del Parco dei Sibillini, il quale riferisce come purtroppo nel nostro paese non vi è la consapevolezza della fauna intesa come patrimonio collettivo e pertanto da preservare per il bene comune. Si tratta quindi anche di un fatto culturale, sul quale ancora lunga è la strada da percorrere.

E poi c’è il problema dell’enormità degli Ambiti Territoriali di Caccia che, secondo la legge, dovevano servire a legare il cacciatore al territorio ma che invece, ricorda il Direttore Perco, nelle Marche vanno dai monti al mare. Difficile, per questo, esercitare anche un’opera di sensibilizzazione, essendo tali aree frequentate da cacciatori che provengono da Comuni territorialmente molto diversi e distanti tra loro.

Bracconaggio che continua a manifestarsi, come ricorda il Biologo del Parco dott. Alessandro Rossetti.

Solo nel 2011 – riferisce il dott. Rossetti – sono stati uccisi tre lupi. Di uno venne fatta trovare la testa con allegato un messaggio di minacce. (vedi articolo GeaPress)”. Poi ci fu “Ginevra” così chiamata dalla Polizia Provinciale, ma che in effetti per i Responsabili del Parco corrispondeva a “Resti”, ovvero (si pensava al momento della liberazione) restituita alla natura. Resti, infatti, era stata trovata investita. Venne curata e liberata con un radiocollare. Quest’ultimo rilevò, poi, il luogo della morte. Uccisa da un laccio-cappio in metallo, piazzato da un bracconiere. Stessa sorte per un terzo lupo. Anche in questo caso il laccio di un bracconiere.

Nel 2009 vennero trovati uccisi, in questo caso dalla stricnina, altri tre lupi. “E questi sono quelli che ritroviamo – ha voluto sottolienare il dott. Rossetti – chissà gli altri uccisi e mai scoperti, come del resto è stato per il corpo del lupo decapitato“.

Un fenomeno, quello del bracconaggio, diffuso anche in altre aree dell’Appennino centrale. Questo secondo il dott. Simone Gatto, Biologo naturalista e guida escursionistica esperto degli ambienti del Parco dei Sibillini.

Avevo più volte fotografato l’Aquila in quei posti – dichiara a GeaPress Simone Gatto – E’ una pena vedere ridotta la natura in questa maniera. Impossibile che sia stata confusa con un altro animale, se non anch’esso protetto come lo sono tutti i rapaci. Poi la vicinanza di luoghi dove la caccia è aperta“.

L’Aquila di Visso si salverà, ma ha perso per sempre, con il suo occhio ferito, la possibilità di tornare a volare.

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