GEAPRESS – Il problema è poco noto ed i primi dati, in Europa, iniziarono ad arrivare intorno alla metà degli anni ottanta. Migliaia di uccelli rapaci, ma anche cicogne e pellicani, massacrati dai cacciatori libanesi fin dai balconi di Beirut. In Italia, l’occasione grazie alla quale si venne a sapere delle stragi di uccelli rapaci in Libano, è singolare. Anche nel nostro paese c’era, ed in parte c’è ancora, la Beirut dei rapaci uccisi a colpi di fucile. A migliaia, finanche dai balconi, questa volta di Reggio Calabria.

Nella metà degli anni ottanta la LIPU organizzò un convegno sulla protezione di questi uccelli nei vari paesi del bacino del mediterraneo. Intervennero gli ornitologici e, tra questi, anche da Israele. Le diapositive che vennero mostrate erano quantomeno conturbanti. Questo non solo per quello che mostravano, ma anche per come erano state riprese. Pace in Galilea, secondo alcuni. Per altri “prima guerra israelo-palestinese”. Di certo, a scattare quelle foto, furono i militari israeliani che avevano occupato la capitale libanese. Nei quartieri a est di Beirut era l’inferno e non solo a causa della lunga guerra civile che aveva straziato il paese. Aquile anatraie, cicogne, falchi pecchiaioli e molto altro ancora, esposti sui cofani delle automobili dei cacciatori urbani. Un fenomeno, comunque, che si estendeva senza alcun controllo, in tutto il Libano. E dire che la caccia doveva essere formalmente vietata. Poi, al convegno, partì qualche fischio, dal momento in cui l’ornitologo iniziò a mostrare gli aerei del suo paese che, non si è capito bene a che titolo, avevano collaborato a quella ricerca. Ad ogni modo, anche tra storici nemici, sembrava che dalle barricate libanesi, esternare quelle scene di caccia agli obiettivi israeliani, rendesse padroni di una inquietante felicità.

Sempre in quegli anni i cacciatori libanesi ebbero il disonore di essere ripresi addirittura dalla prestigiosa rivista del National Audubon Society. Inutile riflettere sulla coincidenza della data. Siamo, infatti, negli stessi anni del convegno di Reggio Calabria. La rivista riporta di un solo cacciatore che aveva ucciso nella sua vita più di 50.000 rapaci. In Libano, intanto, perdurava il divieto di caccia, forse perché nessuno, allora come ora, ovvero in anni più tranquilli, si era mai posto il “problema” caccia. Qualche effetto positivo di quel divieto comunque si aveva. Così ebbe a ribadire nel 1998 Fareed Abou-Haidar in un suo articolo apparso su Al Mashriq (Il Levante), blog specializzato su vari argomenti del medio oriente e del Libano in particolare. Non è chiaro, in effetti, da quanto tempo era stata vietata la caccia. Forse, più semplicemente, ne era stato sancito il divieto. Sta di fatto che l’articolista libanese così scrive: “da tre anni la caccia è vietata e già nelle campagne si inizia ad apprezzare il canto degli uccelli“. Ora, aggiunse, si dovrà regolamentare. Fatto che avvenne nel 2004, anche se la legge non dovrebbe ancora essere stata ratificata.

L’abbattimento dei rapaci in Libano, molto probabilmente, non è mai cessato. Sulla disastrosa situazione venatoria del paese irrompe ora come un pugno nello stomaco l’Associazione Lebanon Eco Moviment che pochi giorni addietro ha pubblicato varie fotografie riprese da facebook con le bravate dei cacciatori libanesi. Rapaci e non solo. Anche passeriformi, stesi a centinaia. Su questo punto, però, è meglio stare zitti, considerato i quadri dell’orrore in alcuni casi diffusi dai cacciatori italiani in “vacanza” all’estero, per non parlare degli 846 piccoli passeriformi sequestrati a due bracconieri bresciani (uno con regolare licenza di caccia) recentemente denunciati dalla Polizia Provinciale di Cosenza.

Ad ogni modo, “finalmente stanno iniziando a parlare all’estero” riferiscono gli ambientalisti libanesi. “Interessa più a loro che al nostro paese“, commenta un altro associato. Eppure in Libano gli ambientalisti riescono a farsi ricevere dai Ministri e c’è da sperare che in quel paese, per tanti anni martoriato dalla guerra civile, la convivenza tra gli uomini venga estesa anche agli altri abitanti che, specie nel periodo autunnale, sorvolano quelle zone nel corso della migrazione.

Per capire come sia così facile uccidere tali animali, basti pensare che rapaci e cicogne sono veleggiatori. Utilizzano cioè correnti termiche ascensionali che li portano, senza grandi fatiche fino ad altezze rilevanti. Quanto basta per “tuffarsi”, veleggiando, verso un’altra termica e riprenderla, a volte, quasi ad altezza del suolo. Crinali e colli montani, rappresentano luoghi di spettacolari visioni che la natura ci regala. Spesso, centinaia di rapaci tutti assieme, in fila oppure a roteare una volta presa la termica. A secondo dei punti di vista, colli e crinali, possono diventare eccezionali appostamenti di fucileria.

Particolari condizioni orografiche, quali promontori rocciosi (ad esempio quelli costieri), favoriscono l’insorgenza delle termiche. Il Libano sembra fatto apposta per questo. Due catene montuose, il Libano e l’Anti-Libano. Da nord a sud, in autunno, indirizzano la migrazione e disgraziatamente servono i cacciatori. I posti dove con certezza è dato sapere essere uccisi i grandi veleggiatori, sono le estremità occidentali della catena del Libano, specie a ridosso di Beirut. Anzi, proprio in alcuni quartieri di Beirut, sembrerebbe essere confermata l’azione degli sparacchiatori locali. A difenderli, dicono gli ambientalisti libanesi, sono i venditori di armi. Chissà, ma quei luoghi sanno finanche di aria di casa.

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