GEAPRESS – Le foto scattate dal Corpo Forestale dello Stato di Alfedena (AQ) mostrano la fossa ed i poveri resti dell’orso marsicano rinvenuto giovedì scorso in un’area esterna al Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.  L’immagine rappresenta la migliore sintesi di una situazione di diffusa tristezza nella gestione ambientale, non solo locale.

L’orso è stato seppellito circa cinque mesi addietro, in un buca molto vicina ad una strada niente affatto isolata, tra Villa Scontrone e Castel di Sangro.  Eppure qualcuno ha avuto il tempo di scavare la buca, disporvi il povero orso dentro un sacco dell’immondizia, forse asportargli la testa, ed infine coprirlo di calce. Giovedì scorso un guardiaparco si è accorto del disseppellimento fatto da alcuni animali selvatici, verosimilmente attirati dall’odore della decomposizione.

Quasi sicuramente canidi, commentano al Corpo Forestale dello Stato, intervenuto sul posto con il Comando Stazione di Alfedena. Non è da escludere,  anzi, che la testa del povero orso sia stata portata via dal “disseppellitore”. I canidi, come la volpe, possono farlo. La trascinano in un loro rifugio. La voce più ricorrente nei luoghi, circa la morte dell’orso, è quella del bracconaggio anche se la Forestale tiene a precisare che tutte le ipotesi sono aperte.

Di sicuro un ritrovamento di questo tipo, mai riscontrato prima d’ora, non può essere dovuto ad una  casualità” – ha dichiarato a GeaPress la dott.ssa Tiziana Altea, Responsabile del Coordinamento Distrettuale di Sulmona del Corpo Forestale dello Stato.

Bisognerà attendere gli esami che disporrà l’Istituto Zooprofilattico Abruzzo e Molise. La carcassa è stata già consegnata dall’Ente Parco al quale è affidata in custodia giudiziaria.

Forse, però, parlare di carcassa, è già impreciso. La Forestale ha trovato solo poveri resti. Unghie, resti degli arti e qualche lembo di pelle. E tutto il resto? In linea teorica, stante la vasta gamma di ipotesi avanzate, potrebbe essere finita anche in un piatto di portata.

In questo stato – ha aggiunto la dott.ssa Altea – non può dirsi neanche il sesso. In considerazione delle dimensioni delle ossa,  potrebbe ipotizzarsi  un subadulto o una femmina. Comunque un fatto gravissimo, specie se trattassi di una femmina“.

Già agli inizi della scorsa estate un femmina ed un cucciolo vennero trovati morti all’interno di una vasca in cemento colma d’acqua. Non era recintata ed è probabile che la femmina sia morta nel tentativo di salvare il suo cucciolo caduto in acqua. Un’altra femmina, nel 2009, venne trovata morta,  nella Valle Orsara. Ancora un’altra femmina, nel 2008,  probabilmente avvelenata a Lecce dei Marsi mentre nel 2007 fu un vero e proprio anno nero. Tre orsi tra cui il famoso Bernaldo, divenuto una sorta di simbolo del Parco. Nessuno sa con esattezza quanti orsi ancora vivono nell’Appennino centrale. Cinquanta, forse settanta. Di sicuro, dice l’Ente Parco, dal 1970 ad oggi 98 orsi sono morti per mano dell’uomo. Secondo il Gruppo Orso Italia, sarebbero una trentina in appena dieci anni. Ovviamente ci si riferisce solo a quelli ritrovati. Del resto, l’ultimo orso è stato rinvenuto  per caso.  E solo l’ultimo degli ultimi cinquanta, o forse settanta, che rimangono.

Ma chi sono i nemici dell’orso? Innanzi tutto la cattiva gestione del territorio. Basta fare l’esempio del pascolo. Se il Gruppo Orso Italia parla di “vacche sacre” in area parco (ovvero intoccabili pascoli abusivi) il WWF Italia, con Massimiliano Rocco, punta dritto sulla gestione del pascolo in tutta l’Italia centrale. Migliaia di capi senza marca auricolare, così come aree pascolo concesse dai Comuni in zone in realtà boscate.

Una gestione selvaggia del territorio – dichiara Massimiliano  Rocco a GeaPress – Se non si riesce a controllare il pascolo questo va vietato, eppure negli anni si sono affermati permissivismi inaccettabili. Stesso problema per la caccia. Non è male ricordare – aggiunge Rocco – che la caccia non è un diritto inalienabile ma è concessa in deroga all’esigenza di protezione della fauna. Se nel territorio vi è una gestione venatoria che non funziona  la caccia va semplicemente interdetta“.

Ed i rimborsi agli allevatori che denunciano danni provocati dalla fauna selvatica?
Oggi vige un meccanismo molto pericoloso – spiega Rocco – Si denuncia l’uccisione di una pecora ed arriva il rimborso. Bisognerebbe fare al contrario. Gli allevatori vanno cioè premiati nel caso la gestione del territorio sia tranquilla, ovvero senza avvelenamenti e trappole per animali. Bisogna cioè convincerli  a prevenire i danni e le tecniche ci sono“.

Il WWF ha in queste ore inviato poche semplici proposte al Ministero dell’Ambiente nella speranza che ai bei discorsi possano seguire fatti. Ad un maggiore controllo sulle spese degli Enti Parchi deve aggiungersi un severo ridimensionamento delle aree pascolate o riservate all’attività venatoria. Invertire il meccanismo degli indennizzi per presunti danni in  forme che premino le aree virtuose. In ultimo, ma non per importanza, potenziare l’azione di vigilanza e quella investigativa.

Un fatto auspicabile, quest’ultimo, forse un po’ inibito dalla poca efficacia dei reati. Chi uccide un orso, ad esempio, e se in possesso di licenza di caccia, rischia un blando reato contravvenzionale con una sanzione massima di circa 6000 euro. La pena reclusiva massima è di appena un anno, ma si tratta di previsioni assolutamente teoriche. Un reato per essere efficace in termini di pena, anche detentiva, non deve essere un reato di tipo contravvenzionale (come tutti i reati venatori) ma del tipo reato-delitto e prevedere previsioni di pena superiori ai tre anni (cinque per l’arresto in flagranza). Viceversa la prigione non la vedrà neanche un pregiudicato. Dipenderà dal tipo di reato precedentemente commesso e dal tempo trascorso. Eppure in altri paesi, come gli USA, l’India, il Gabon e molti altri l’uccisione di specie protette non solo porta all’arresto in flagranza, ma  anche a pene che possono arrivare fino a dieci anni di carcere.

Sui rimborsi per i danni da fauna selvatica basta guardare lo stesso regolamento del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Rimborso entro 90 giorni, anche dietro denuncia telefonica e con verifica senza obbligo di presenza del Corpo Forestale in servizio nel Parco. Sarà un caso, ma in una recente indagine del Corpo Forestale, scaturita dopo il probabile avvelenamento di un lupo (vedi articolo GeaPress), si è avuto modo di attenzionare sei aziende zootecniche. Solo una è risultata a norma, quattro non avevano il registro di stalla, mentre la sesta, oltre al registro, mancava di ben altri obblighi, tutti di ordine penale. Piccolo particolare. In quest’ultima azienda venivano rinvenute 20 pecore morte già da tempo. Per quale motivo l’allevatore se le stava conservando? Il sospetto degli inquirenti e che potessero servire alle richieste di rimborso mentre lupi, orsi e chissà quanti animali venivano avvelenati o impallinati.

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