La caccia in Italia è stata regolamentata dalla legge 157 del 1992, frutto di un equilibrato compromesso tra le  parti più moderate dei due schieramenti, per evitare che si ritornasse alle contrapposizioni che avevano portato alla richiesta di referendum abrogativo – per il quale non si raggiunse il quorum – e per superare l’interpretazione giurisprudenziale bracconaggio=furto, tanto temuta dai cacciatori.

I punti fondamentali di questa legge sono: la fauna selvatica resta patrimonio indisponibile dello Stato; la sua appropriazione viene “concessa” nei tempi e nei modi determinati; le specie vengono distinte tra particolarmente protette, cacciabili e (residualmente) non cacciabili; il cacciatore viene legato al territorio; i controlli sono affidati a tutte le Forze dell’Ordine, oltre che alle guardie venatorie, le sanzioni sono articolate tra penali ed amministrative.

Rispetto alle precedenti impostazioni, sono elementi positivi della legge:

a) l’aver considerato (art. 12) esercizio venatorio non solo ogni atto diretto all’abbattimento o alla cattura della fauna selvatica, ma anche il vagare o soffermarsi con mezzi idonei alla ricerca o in attesa della stessa per abbatterla. Dunque “l’atteggiamento di caccia” può essere punito penalmente, se compiuto in periodo di divieto, senza che sia necessaria l’apprensione del selvatico o lo sparo;

b) l’aver previsto la gestione programmata della caccia (art. 14), con il principio del legame del cacciatore al territorio  attraverso il meccanismo dell’Ambito Territoriale di Caccia (ATC).

Nella sostanza è buono il principio, mentre il meccanismo va rivisto, in quanto non elimina il cosiddetto “nomadismo venatorio”, perchè i cacciatori possono chiedere di essere ammessi in più ATC e l’esercizio della caccia al di fuori dell’ATC prescelta non è sanzionato penalmente;

c) l’aver previsto la sanzione penale per la detenzione illecita di fauna selvatica a fini di commercio (art. 30/l) e la chiusura dei ristoranti (art. 32) che somministrano la fauna al di fuori dei casi espressamente previsti, un fenomeno diffusissimo.

d) la sospensione o la revoca della licenza di caccia in caso di gravi e reiterati illeciti venatori (art. 32).

Permangono numerosi  elementi negativi:

il fatto che si consenta l’uso di richiami vivi (art. 4), cosa che procura sofferenza agli animali e si presta ad abusi, favorendo il commercio illegale;

il fatto che sia lecita la detenzione di richiami elettromagnetici, anche se ne è vietato l’uso a fini venatori (art. 21/r) (una classica “furbata” italiana);

il fatto che sia consentito l’accesso dei cacciatori nei fondi  privati non chiusi (art. 15);

i ripopolamenti a scopi venatori;

il fatto che l’uccellagione, cioè la cattura di animali con trappole e reti (mezzi non selettivi), seppur vietata, venga sanzionata come reato contravvenzionale. Come attività non consentita (art. 3) non c’è ragione per cui non venga punita molto più severamente, ad esempio come furto ai danni del patrimonio indisponibile dello Stato.

In conclusione la legge 157 è tutto sommato una buona legge, come dimostrano i continui tentativi di stravolgimento compiuti, anche di recente, dalle parti più retrive del mondo venatorio.

Essa risente di un’impostazione culturale sostanzialmente venatoria. Pertanto anche i suoi aspetti attuativi,  come ad esempio la realizzazione dei Piani faunistici, vengono gestiti più nell’ottica (e nell’interesse) dei cacciatori, che in quella dell’interesse collettivo alla tutela dell’ambiente naturale e della fauna selvatica. Si pensi, ad esempio, quali miglioramenti dell’assetto del territorio potrebbero essere realizzati con la buona utilizzazione dei soldi provenienti dalle tasse di concessione regionale, che i cacciatori continuano impropriamente a considerare soldi “loro” e che vengono sprecati in dannosi ed inutili ripopolamenti, mentre dovrebbero essere impiegati a risanare i danni prodotti dalla caccia.

Può essere considerata, in fondo,  una legge di transizione tra una fase in cui i cacciatori imperavano, dall’alto del loro numero (oltre 2 milioni, contro gli attuali 700.000) e di un grandissimo potere di condizionamento della politica,  a quella in cui la caccia è (e sarà sempre più) un fenomeno residuale, inviso alla stragrande maggioranza della popolazione e come tale destinato a scomparire nell’arco di qualche decennio.