manifetsazione anticaccia
GEAPRESS – Aumento dei crimini. E’ questo il principale dato che  si evince nello studio eseguito per il terzo anno consecutivo del CABS (Committee Against Bird Slaughter) e dalla Lega per l’Abolizione della Caccia. Il tutto, riferiscono i redattori, per far luce sulla realtà della caccia e del bracconaggio e l’impatto che queste pratiche hanno sugli animali selvatici.

Ad avviso di LAC e CABS, il bracconaggio in Italia sarebbe praticato principalmente da cacciatori con licenza di caccia (81%). L’attività di caccia illegale, inoltre, è sistematicamente diffusa sul territorio. Una reale minaccia per gli uccelli e i mammiferi, protetti e non.

Lo sanno bene i ricercatori del progetto Waldrapp, che ogni anno conducono a svernare in Toscana una dozzina di  Ibis eremita reintrodotti in natura, una specie un tempo comune, ma che venne sterminata dalla caccia: ancora oggi, riferivano all’inizio della primavera, la maggioranza dei loro animali presenta in corpo pallini da caccia.

E lo sanno anche gli albanesi, che hanno appena indetto una moratoria della caccia nel loro paese per due anni, principalmente per “difendersi” dai turisti cacciatori italiani, considerati dei massacratori di uccelli: i tour operators organizzano viaggi pronto caccia con furgoncini dotati di refrigeratori per permettere ai nostri cacciatori di uccidere e conservare gli uccelli morti a lungo.

Il calendario stilato dalle due associazioni raccoglie un totale di 548 casi di reati compiuti ai danni della fauna selvatica, apparsi in articoli di stampa o comunicati della forestale, polizia provinciale e vigilanzia venatoria volontaria, commessi da 1133 bracconieri nei 365 giorni fra l’ultimo giorno di caccia della stagione scorsa e l’ultimo di quella appena terminata.

Lac e CABS lanciano però il sospetto che i dati ufficiali siano in realtà molto parziali. Secondo Andrea Rutigliano, redattore del calendario per il CABS, migliaia di casi non verrebbero trasmessi  alla stampa mentre decine di migliaia di reati non verrebbero mai scoperti.  “Basti pensare – ha affermato Rutigliano – che secondo i dati raccolti dalla vigilanza WWF di media un cacciatore su 4 fermato in un momento qualsiasi, viene sorpreso a commettere un reato. Quelli che abbiamo raccolto sono solo la punta di un iceberg: ritengo peró che sia uno specchio piuttosto fedele di quanto rimanga sommerso”.

L’81% dei colpevoli di reati  contro la fauna sarebbero cacciatori in possesso di licenza di caccia, mentre solo il 15,5% vanno imputati a bracconieri puri, senza licenza. Gli uccelli pagano i costi più alti del bracconaggio: verso di loro si orienta il 70% dei crimini, contro il 30% sui mammiferi.

Fra questi nel 2013-2014 sono stati uccisi 2 orsi (uno in Trentino a colpi di fucile e uno in Abruzzo col veleno) e almeno 21 lupi (11 uccisi a fucilate, 6 con i lacci e 4 col veleno). I rapaci sono vittime comuni: nell’anno appena trascorso é rimasta notizia di 121 rapaci abbattuti a schioppettate, fra cui aquile reali, aquile del Bonelli, lanari, falchi pellegrini, gheppi, sparvieri e numerose poiane.

I reati più diffusi sono l’uso dei richiami sonori elettromagnetici (22% dei reati), ormai ubiquitari, che servono ad attrarre gli uccelli a portata di fucile e permettono di fare grossi bottini in poche ore, l’abbattimento di specie superprotette (20%) e la caccia in zone di divieto, come i parchi naturali (12%).

I reati riportati si concentrano nelle province di Brescia (da sempre maglia nera dell’illegalità venatoria) con l’8% dei casi, Salerno con il 7%, Caserta, Bergamo e Reggio Calabria, tutte con il 5%, Foggia con il 4% e Cosenza, Cagliari, Lecce e Napoli con il 3%.

La regione con la maglia nera è di conseguenza la Campania che detiene il 17% dei bracconieri nazionali, segue la Lombardia con il 15%, la Puglia con l’11% e la Calabria con il 10%. La regione più virtuosa – o almeno quella dalla quale è pervenuta una sola notizia di bracconieri sorpresi in flagranza – è la Val d’Aosta.

Secondo Graziella Zavalloni, presidente della LAC, il calendario mette in mostra notevoli criticità legate alla lotta al bracconaggio: “È notevole rimarcare come spesso gli stessi cacciatori siano sorpresi ripetutamente a commettere lo stesso reato, oppure come regolarmente gli stessi crimini vengano ripetuti sistematicamente nelle stesse aree. Ogni anno i cacciatori entrano a sparare nel parco del Cilento, delle Murge, del Pollino o addirittura nel Parco Nazionale d’Abruzzo. Ogni anno da Brescia arrivano decine di sparvieri abbattuti. Si può predire in anticipo dove e quali reati verranno commessi. L’illegalità venatoria si è incistata nel territorio. Il sistema non funziona, le pene, prevalentemente risolvibili con ammende, rimaste per di più invariate dal 1992 non hanno più potere deterrente. La vigilanza è saltuaria e insufficiente, in molte province addirittura completamente latente. Nei contesti più gravicome nelle valli bresciane, in provincia di Foggia o nelle vasche del casertano – se non fosse per l’intervento del Nucleo Operativo Antibracconaggio della Forestale, la criminalità venatoria avrebbe un impatto davvero nefasto sulla biodiversitá.

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