GEAPRESS – In questo mese si è conclusa una importante operazione antibracconaggio nel Vietnam meridionale. Gli Agenti del Dipartimento di Protezione Forestale hanno però fermato non bracconieri, ma ristoratori. In tutto 27 ristoranti ed un negozio. Servivano piatti tipici di caccia. Consentita ed anche vietata, come in Italia. E’ stata trovata carne di cinghiale, cervo, ratti del bambù, serpenti, zibetti e pangolini (vedi foto – Ufficio Traffic). In Vietnam si è lamentata la poca efficacia delle pene previste contri i bracconieri i quali, secondo alcuni, dovrebbero essere arrestati.

Secondo le autorità vietnamite l’84 % dei ristoranti dell’area interessata dall’operazione (Da Lat, Vietnam centro meridionale) serve, ancora, fauna selvatica.

Cifre, per l’Italia, poco conosciute, così come la tipologia di alcuni piatti serviti. Ma siamo poi sicuri che la nostra realtà sia così diversa? Quando andiamo a mangiare in un ristorante o trattoria, basterebbe guardare le ricette a base di cinghiale. Dove sono tutti questi allevamenti in Italia? Carne importata? Può darsi, ma il bracconaggio del cinghiale ha, in base a quanto dichiarato dalle stesse Forze dell’Ordine ed in particolare dal Corpo Forestale, un unico o quasi, cliente: il settore della ristorazione. Piatti tipici a volte serviti senza alcuna garanzia sanitaria. Questo per le stesse abitudini dei bracconieri ed i lunghi appostamenti, che ne conseguono, dei Forestali. Il cacciatore di frodo esplora le sue trappole con intervalli di giorni. Questo perché le trappole sono piazzate in sentieri a volte molto distanti tra loro.

Stesso discorso, sebbene in tono minore, per la carne di cervo. Facciamo salvo, dalle tradizioni culinarie (e di caccia) italiane, il serpente, e togliamo pure, perché non presenti nella fauna nostrana, lo zibetto ed il pangolino. Rimane il ratto del bambù. “Ratto” in questo caso, non significa fogna. Ha molto a che fare, invece, con il bambù. Un animale pulito, intrappolato, scuoiato, bruciato per eliminare la residua peluria, arrostito o bollito, per essere condito con sugo e spezie. Esattamente come l’italiano Ghiro. E’ anch’esso un roditore, si cucina alla stessa maniera e, sebbene protetto, si serve nei ristoranti. Le ricette sono tipiche delle cacce di tradizione del nostro paese. Dall’estremo nord all’estremo sud. Alcune regioni sono ancor più affezionate a lui, come la Toscana ed in modo particolare la Calabria. Tra poche settimane, proprio in Calabria, inizia la caccia, ovviamente illegale.

Una tradizione, addirittura, per San Giovanni, il 24 giugno. I ghiri non possono essere ancora molto grassi, essendosi svegliatisi da poco dal letargo. In questi caso, più spesso, vengono allevati. Catturati con trappole molto semplici ma efficaci (basta un cartone di latte) vengono tenuti in cattività ed alimentati con foglie di pero, ghiande e castagne. Oppure vi sono le “prache”, due lastre di pietra ed un bastoncino ove è sistemata una ghianda. Il ghiro arriva, tenta di mangiare la ghianda, e, spostandola, provoca la cadute delle pietre. Morirà lì sotto, pronto per il consumo. Ovviamente non mancano le trappole un pizzico più sofisticate, come quelle che si utilizzano per gli uccellini, ma c’è chi li prende anche durante il letargo. Individuata la tana, all’interno di un tronco d’albero, vengono infilzati ed in tal maniera estratti dalla loro casetta. Finiranno in altra casetta che si riempirà dell’odore del loro grasso colato. Una botta di colesterolo venatorio.

La caccia avviene di notte. Un piatto, quello del topo bollito o arrostito, che assume anche una chiara simbologia in alcuni, poco invidiabili, usi e consuetudini locali. E’ agli atti, ad esempio, delle indagini anti mafia come le riappacificazioni delle famiglie di ‘ndrangheta della costiera ionica, avvengano attorno ad un piatto di ghiro, mentre molto si dice sul pellegrinaggio al Santuario di Polsi, dove anni addietro vi furono un po’ di problemi a proposito di agnelli sgozzati (ovviamente da mangiare). La Madonna della Montagna, così viene chiamata dai fedeli, coincide essere un altro luogo importante nella storia dell ‘ndrangheta. Passati, però, i primi giorni di settembre, il bracconaggio scema leggermente. Le ghire sono gravide e non rendono molto. Appena il tempo di assicurarsi la nascita di futuri bolliti, ed il fenomeno è di nuovo in … ebollizione. E’ il momento più interessante ed i ghiri per la ristorazione si vendono bene. Incominciano ad essere abbastanza grassi, preparandosi al periodo del letargo.

Ma da chi viene contrastato il fenomeno del bracconaggio? Sicuramente non dalla legge sulla caccia, la quale esclude dal suo campo di applicazione alcuni importanti articoli del Codice Penale, tra cui quello di furto. Nel caso della fauna, il furto sarebbe al patrimonio indisponibile dello Stato, ma il cacciatore, se bracconiere, paga una blanda pena di natura contravvenzionale, ed il gioco è fatto. Come nel Vietnam.

Ma da chi sono contrastati i bracconieri? Vi sono, per fortuna, le operazione antibracconaggio delle Associazioni protezionistiche, ed in particolare le esplorazioni notturne nei boschi dell’Aspromonte condotte dai volontari della LIPU, guidati dall’esperto di antibracconaggio Giovanni Malara. In Calabria, a volte, sono anche intervenuti, per contrastare il fenomeno, anche gli stessi “Cacciatori d’Aspromonte”. Non sono le Guardie delle associazioni venatorie, dalle quali ci piacerebbe poter sentire qualche intervento in merito, ma lo speciale corpo dei Carabinieri di stanza a Vibo Valentia. Nel 2009, vi fu il boom della operazioni del Corpo Forestale, mentre l’anno scorso alcune Stazioni dei Carabinieri fecero sequestri notevoli. Centinaia di ghiri pronti per essere consegnati ai ristoranti. Ad ogni modo anche in Italia può capitare che due bracconieri finiscano in carcere. Non per i reati venatori, però. I due fermati dalla Stazione dei Carabinieri di Bova (RC) avevano le armi con la matricola abrasa. Reato, questo, che prevede l’arresto il flagranza (per approfondimenti sull’uso delle armi con matricola abrasa, vedi articolo GeaPress). (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).