GEAPRESS – Estremo nord est dell’India. Stato indiano dello Nagaland. Uno degli Stati più piccoli della confederazione indiana, ancora più ad est del Bangladesh e confinante con la Birmania. Il suo territorio è caratterizzato da catene montuose parallele tutte con direzione nord est-sud ovest. L’ideale per gli uccelli migratori che in autunno, dovendo aggirare l’ostacolo dell’Himalaya, preferiscono la scorciatoia del Nagaland. Uccelli, come il falco dell’Amur, che dalle steppe mongole raggiungono addirittura il Sud Africa. Nel piccolo stato indiano, però, le cose si mettono male. Alte reti dislocate tra gli alberi, catturano i piccoli falchi nell’atto di posarsi per la notte. Fino a 10.000 al giorno, vengono presi così.

I cacciatori di falchi non hanno interesse ad ucciderli subito. I piccoli animali devono rimanere vivi quanto basta per essere consumati al momento. Come si impedisce loro di riprendere il volo? Semplice. Il cacciatore, con estrema destrezza, prende il falco per le mani e con un colpo netto spezza l’osso delle ali. Rimarrà così in un recinto fino al consumo finale (nella foto di Conservation India).

Si tratta di zone remote dove è difficile fare conteggi precisi. La strage autunnale dei falchi, però, è finalmente giunta agli echi del mondo. Le televisioni indiane se ne sono occupate e la triste fine dei falchetti è finita pure nei network internazionali. Si stima che nelle stagioni migliori siano almeno 250.000 i poveri uccelli che trovano la fine tra le montagne del Nagaland. La popolazione mondiale di questi animali è difficilmente stimabile, ma quello che colpisce, al di là della rarità della specie, è la tranquillità con cui tutto ciò avviene. In pratica alla luce del sole. Questo nonostante in India tali animali siano formalmente protetti.

Per i facili criticoni avvezzi a prendersela con le abitudini da terzo mondo, giova però ricordare che simili stragi (quantomeno nei numeri) ai danni di specie protette, avvengono anche in Italia. Passeriformi, come nel caso del Veneto, Lombardia ma anche della provincia di Cagliari. Poi i rapaci. Basti considerare l’Aspromonte dove, solo a seguito di venti anni di duri campi antibracconaggio della LIPU e del NOA della Forestale, si è riusciti a contenere l’intensa azione di fucileria che, specie in primavera, viene esercitata sui rapaci in migrazione. Ogni mondo è paese. Anche nel bracconaggio, purtroppo.

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