GEAPRESS – Per Renzo Rizzi, portavoce del Coordinamento Protezionista Vicentino, la provincia di Vicenza, dopo decenni di cacce in deroga, è ormai un “quagliodoromo“, ovvero trasformata in una sorta di tiro al bersaglio ad uccelli, in questo caso, protetti. Lo dimostrerebbe anche l’ultimo intervento delle Guardie LIPU ed ENPA avvenuto sul Monte Faldo. Per capire di cosa stiamo parlando basta vedere cosa ancora esposto dalla Comunità Montana Agno – Chiampo a proposito del percorso 3, Monte Faldo – Passo Santa Caterina. “Note: evitare di transitare durante il periodo di caccia – Il percorso mediamente impegnativo è percorribile tutto l’anno, fatto salvo il periodo di caccia (ottobre – dicembre), essendo costellato da numerose postazioni di tiro“.

Ecco allora, nel racconto delle Guardie volontarie, come funzionano le postazioni di tiro.

Le Guardie ENPA e LIPU arrivano nel cuore della notte. I grossi fuoristrada con gli armati compaiono invece alle sei del mattino. Decine e decine di persone. Del resto, come dice la Comunità Montana, si tratta di un luoghi costellati da numerose postazioni di tiro. Ai primo rivoli di luce, più o meno quaranta minuti dopo le sei, inizia il richiamarsi di pispole, fringuelli, lucherini, peppole e tanti altri uccelletti. In tal maniera si tengono in contatto. Arrivano dal centro Europa sospinti dal calare del nucleo gelido che a breve avvolgerà il nord Italia. Dovrebbero raggiungere latitudini più meridionali, dove godersi un clima più mite. Il loro canto, è quello che allieta una passeggiata in natura, ma non a Monte Faldo.

Le postazioni di “quagliodromo” sono ormai pronte al tiro, e sebbene la visibilità è ancora scarsissima, inizia il crepitio delle armi. Un crepitio continuo. Gli uccellini iniziano a cadere ma la luce è talmente scarsa che è impossibile capire cosa viene abbattuto. Il cacciatore che spara, però, non raccoglie i malcapitati uccellini. Rimane nella postazione ed un altro sparatore informa, gridando, sul punto di caduta. In tal maniera, sostiene il Coordinamento Protezionista Vicentino, ad un controllo sarebbe risultato più probabile negare ogni responsabilità.

Una volta individuato il meccanismo le Guardie sono uscite allo scoperto. Tre squadre, da ore appostate nel crinale di Monte Faldo. Decine le denunce mentre numerose sono state le sanzioni amministrative contestate. Il numero di uccellini protetti più elevato è risultato essere quello di un uomo di Nogarole. Quattro fringuelli, una peppola, e ben cinque lucherini, un fringillide di ridottissime dimensioni (meno di 10 grammi di peso) inserito nell’Appendice due della Convenzione di Berna come specie particolarmente protetta.

Il cacciatore colto in atto di bracconaggio è stato accompagnato dai Carabinieri, presso il locale Comando, per il sequestro dell’arma e le formalità di rito. I controlli sono proseguiti in direzione di Sette Roccoli e Castelvecchio, fino alle ore 12.00.

Stiamo assistendo ad atteggiamenti molto gravi – ha dichiarato il portavoce del Coordinamento Protezionista Vicentino Renzo Rizzi – in meno di un mese sono stati sanzionati e denunciati decine di bracconieri, si può ipotizzare che oltre la metà dei cacciatori che sparano in quelle zone commettano atti di bracconaggio“.

Una provincia tramutata, sempre secondo il Coordinamento, grazie “all’invenzione tutta veneta” delle cacce in deroga. “Dopo un quarto di secolo – dichiara Rizzi – specie protette e particolarmente protette sono diventate in questa Regione, cacciabili“. In pratica quello che sembra essere stato messa in atto, è una sorta di ritorsione al fatto che, per l’attuale stagione venatoria, le cacce in deroga si è riusciti a bloccarle.

In questi dieci anni sono stati abbattuti almeno 20 milioni di animali di queste specie – aggiunge Renzo Rizzi – con un danno incalcolabile alla fauna selvatica e alla comunità. Ora non ci resta altro che impegnarci in ogni modo per ripristinare una legalità oramai compromessa e fare pulizia dei personaggi che per interessi propri, hanno permesso e voluto questo scempio, a danno di tutti, caccia compresa, riducendo inoltre la provincia di Vicenza alla stregua di un immenso “quagliodromo” per quello che concerne la caccia alla fauna autoctona“.

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