oliver raggi
GEAPRESS – Già nello scorso mese di novembre, l’ISPRA si era ampiamente pronunciata sui pericoli dell’ avvelenamento da piombo riferito al munizionamento in uso presso i cacciatori (vedi articolo GeaPress). L’organo tecnico chiamato dallo Stato ad esprimersi su importati pareri anche in tema venatorio, torna ora ad indicare, in maniera ancora più decisa, la potenziale pericolosità del metallo. Anzi, al pericoloso munizionamento dedica un intero capitolo dell’ultima pubblicazione relativa alle “Linee Guida per la gestione degli Ungulati”.

Un susseguirsi di studi, alcuni in fase di pubblicazione, così come di dati inediti che dovrebbero fare accapponare la pelle per i pericoli latenti derivanti non solo dalla concentrazione della sostanza in acquitrini e nei pressi di capanni di caccia (come sottolineato già nel precedente report dell’ISPRA) ma anche per la salute umana e di taluna fauna protetta.

Il capitolo dedicato all’uso delle munizioni contenenti piombo nella caccia per gli ungulati, riporta la firme dei dott. Alessandro Andreotti e Fabrizio Borghesi.

IL DANNO ALLA FAUNA SELVATICA
Lascia un  po’ perplessi apprendere come da oltre un secolo sia noto che il piombo delle cartucce da caccia rappresenti causa di avvelenamento per gli animali selvatici. Un problema che fino a poco tempo addietro si associava erroneamente alle sole zone umide, considerata l’abitudine degli uccelli acquatici di assumere  pallini di piombo scambiandoli per semi o ingerendoli per errore al posto dei sassolini necessari per favorire la digestione del cibo. Nuovi studi, invece, hanno dimostrato come il saturnismo (ovvero la malattia causata dall’assunzione del piombo con esiti anche letali) riguarderebbe anche animali di ambienti terrestri. L’ingestione del piombo disperso durante l’esercizio dell’attività venatoria è stata ad esempio riscontrata anche in Galliformi e Columbiformi ed è stata ipotizzata nel caso delle beccacce e, persino, dei picchi.

Ci sono poi quegli uccelli che si alimentano di mammiferi e uccelli morti, feriti o malati di saturnismo. E’ questo il caso dei rapaci che ingeriscono insieme alla carne anche il piombo. Il metallo entra velocemente nelle vie metaboliche, riferiscono sempre i due ricercatori, e causa l’avvelenamento. Gli studi che hanno dimostrato questo fenomeno sono compresi tra il 2001 ed il 2009.

Secondo l’ISPRA, contrariamente a quanto è facile pensare, l’ingestione di piccoli frammenti di piombo non avviene solamente con la carne di prede colpite con munizionamento spezzato, ma anche quando sono state raggiunte da un proiettile sparato da un’arma a canna rigata. Specifiche indagini hanno infatti dimostrato come il proiettile che entra nel corpo di un ungulato, tende a frammentarsi. Un numero elevato di schegge s’irradia così nei muscoli e negli organi anche a distanze considerevoli rispetto alla zona colpita.

Il caso forse più significativo è quello del Condor della California. Per i ricercatori non vi sono dubbi: il saturnismo rappresenta la principale causa di mortalità per questa specie. Un fattore talmente elevato da riuscire a pregiudicare la sopravvivenza in natura. Non solo, ma un numero crescente di ricerche condotte in diverse parti del mondo sta dimostrando come il fenomeno sia tutt’altro che circoscritto. L’assunzione dei frammenti di piombo avviene con frequenza nelle aree dove è praticata la caccia agli ungulati. Condor ed in generale avvoltoi ma anche molti altri rapaci che si alimentano degli ungulati morti. E’ il caso dell’Aquila reale. Un fatto ulteriormente aggravato dalla maggiore longevità e dalla bassa produttività del grande rapace diurno.

Sempre secondo l’ISPRA, in Italia i rapaci più esposti all’ingestione di frammenti di piombo sono gli avvoltoi (soprattutto Gipeto e Grifone), i Nibbi (Nibbio reale e Nibbio bruno) oltre alle Aquile ed in particolare quella reale. Significativo a tal proposito quanto emerso nel corso del progetto di reintroduzione del Gipeto nelle Alpi. Il saturnismo è stato accertato come causa di decesso per sette dei 90 individui rinvenuti morti. Il dato, ancora inedito, fa riferimento alla data di inizio del progetto, risalente al 1986. Un quadro preoccupante anche alla luce della tardiva consapevolezza che si ha di questa problematica.

Prima, cioè, non veniva ricercata la specifica correlazione  e per questo l’accertamento del primo caso di intossicazione risale solo all’inverno del 2005.

Preso atto della rilevanza del problema, un successivo studio del 2009 ha accertato la presenza di frammenti di piombo in un’alta percentuale dei visceri di ungulati analizzati (95 su 153, pari al 62,1%), confermando la rilevanza del rischio. L’area in oggetto era proprio quella del Gipeto.

I RISCHI PER LA SALUTE UMANA
Se già le viscere degli ungulati possono causare la morte degli avvoltoi è pur vero che i frammenti di piombo, sono distribuiti un po’ ovunque nella carne dell’animale ucciso dal cacciatore . Cosa succede  quando la carne viene assunta dall’uomo? Non c’è da stare allegri anzi, ricordano i dott. Andreotti e Borghesi, già l’assunzione di dosi bassissime è sufficiente a determinare danni permanenti al sistema nervoso per il feto in crescita o per il bambino. Per questo, sottolinea l’ISPRA, le donne in stato di gravidanza e i giovani sono da considerare soggetti particolarmente a rischio.

Nel nuovo studio dell’ISPRA sono in parte richiamate alcune evidenze già esposte nel precedente lavoro di un anno addietro.

Riguardo agli effetti del piombo sui bambini, indagini condotte su vasta scala negli USA hanno evidenziato come ad un incremento della concentrazione di questo elemento nel sangue da meno di uno a 10 µg per decilitro corrisponda un abbassamento medio del quoziente intellettivo (QI) di 6,2 punti (Kosnett, 2009). Nel caso di contaminazioni che interessano una quota significativa di popolazione, pertanto, il piombo può determinare pesanti ricadute sociali, portando ad un aumento percentuale di soggetti con ritardi mentali gravi.

Studi effettuati con varie tecniche diagnostiche hanno dimostrato come gli alimenti derivati dagli ungulati abbattuti e destinati al consumo umano possano contenere frammenti di piombo anche molto fini e in numero inaspettatamente elevato. Tali frammenti non sono rimossi durante la macellazione e il successivo confezionamento delle carni; la loro ingestione da parte dei consumatori è inevitabile non potendo essere percepiti durante la masticazione e, inoltre, le piccole particelle risultano facilmente assimilabili una volta entrati nell’apparato digerente…”

I dati di riferimento sono ora anche europei. In 21 Paesi europei sono state infatti rinvenute nella carne di cinghiale concentrazioni medie di piombo pari a 1.143 µg/kg. Cento volte superiori, sottolinea l’ISPRA, a quelle riscontrate nei maiali, e con picchi sino a 232.000 µg/kg. Con le alte temperature di cottura ed in presenza di ingredienti acidi, come ad esempio l’aceto, si favorisce poi la dissoluzione del metallo in sugo e carni.

CONSIGLI PER I CONSUMATORI
Inutile dire che la rigorosa trattazione scientifica dell’ISPRA si scontra con una situazione reale dai toni a dir poco surreali. Come fare, ad esempio, quando la trattoria di fuori porta presenta un piatto di pappardelle con ragù di cinghiale? A giudicare dagli interventi delle Forze dell’Ordine, dovremmo prima chiedere se trattasi di carne di bracconaggio oppure quella passata ai controlli veterinari, come nel caso dei cosiddetti cacciatori di selezione. Concluso questo primo passo, ed analizzata la faccia del cuoco, si dovrebbe poi chiedere se i frammenti misti alla carne sono di piombo oppure, ad esempio, di rame. A giudicare dalle opposizioni delle Regioni ai ricorsi ambientalisti che vorrebbero vietare, proprio per gli ungulati, le munizioni di piombo, non dovrebbero purtroppo esserci molti dubbi. Forse una guardatina al report dell’ISPRA da parte delle Regioni e del legislatore nazionale, non farebbe male. I ricercatori, infatti, raccomandano prudenza qualora non si abbia la certezza che l’animale sia stato ucciso con munizioni atossiche.

In assenza di garanzie – conclude lo studio dell’ISPRA –  è opportuno che i bambini e le donne in stato di gravidanza si astengano dal consumare selvaggina, per prevenire gli effetti negativi che il piombo esercita sullo sviluppo del sistema nervoso. Per le altre categorie meno sensibili, si sconsiglia il consumo frequente e la cottura delle carni con condimenti ad elevata acidità. Queste precauzioni valgono non soltanto nel caso degli ungulati selvatici, ma più in generale per tutta la selvaggina“.

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