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GEAPRESS – Quinto anno dello studio CABS-LAC sul bracconaggio e le sorprese non mancano.

Anche quest’anno le due associazioni hanno raccolto tutte le informazioni disponibili sul lato illegale della caccia e hanno stilato uno studio sul fenomeno, mettendone in risalto gli aspetti più critici.

Che la caccia in Italia sia caratterizzata da un forte malcostume è cosa risaputa – affermano LAC e CABS – Secondo il WWF nella provincia di Brescia, da sempre quella con la maglia nera per la mala caccia, un cacciatore su quattro è sorpreso a bracconare, mentre secondo dati forniti dalle polizie provinciali nelle altre province sarebbe un cacciatore ogni dieci. Un dato comunque preoccupante“.

Sempre secondo le due associazioni, uno sguardo d’insieme ci fornirebbe infatti così circa 2,5 milioni di reati a danno degli animali selvatici perpetrati ogni anno in Italia, a fronte dei quali solo lo 0,1% verrebbe scoperto, con circa 2.600 persone denunciate ogni anno dagli organi di controllo. Di questi il campione preso in esame ha coperto poco più di 1.300 bracconieri denunciati, per il 78% appunto cacciatori in possesso di licenza, mentre il 19% sono bracconieri veri e propri.

Percentuali molto simili – aggiungono LAC e CABS – a quelle degli anni passati a dimostrazione di un fenomeno costante nelle forme e nei tempi: il 54% dei reati vengono scoperti durante la stagione di caccia fra settembre e novembre, quando gli uccelli migratori attraversano la penisola. Infatti il 68% dei reati hanno per vittime gli uccelli e il 26% i mammiferi. Fra i milioni di animali uccisi – specie protette e particolarmente protette che non hanno lasciato traccia – sappiamo di almeno 23 gheppi sparati, 20 poiane, 16 sparvieri, 6 falchi pellegrini, 3 falchi lodolai, 2 aquile reali e poi un falco di palude, un lanario, un biancone, un falco pecchiaiolo e un grillaio. Fra i rapaci notturni si aggiungono 3 gufi comuni, 1 barbagianni e 1 assiolo. Fra i non-rapaci si annoverano 3 picchi rossi maggiori, 1 picchio nero, 1 picchio verde e 1 torcicollo. Poi 2 upupe, 2 cicogne bianche, 2 ibis sacri, 1 occhione e 4 aironi. Fra i mammiferi oltre all’orso M6 trovato avvelenato in Trentino e a 5 lupi sparati, abbiamo cervi sardi, istrici, tassi, stambecchi, marmotte e un camoscio d’Abruzzo”.

Da rilevare la “nuova specie vittima del bracconaggio”. Si tratterebbe proprio dell’uomo, con tre casi assurti all’onore delle cronache: uno finito fortunatamente bene con un escursionista rimasto catturato in un laccio per cinghiali in Sardegna e che è riuscito a liberarsi dalla trappola prima dell’arrivo del bracconiere. Due casi invece finiti in tragedia, a Cefalù con una persona colpita da un colpo d’arma da fuoco  e a Ferentino dove un cacciatore è rimasto ucciso dal colpo di un tubo fucile sistemato da un bracconiere. In entrambi i casi la colpa è stata inizialmente ed erroneamente attribuita al “cinghiale espiatorio”.

Un fenomeno insomma preoccupante il bracconaggio che ci vede come secondo “Stato Canaglia” del Mediterraneo, secondi solo all’Egitto.

Eppure – spiegano LAC e CABS – la valanga di provvedimenti legislativi messi in opera dal Governo vanno in direzione opposta. Non solo il rischio che anche le poche denunce per caccia di frodo decadano con l’introduzione della possibilità per i giudici di non procedere nei confronti di chi compie reati “bagatellari”, quelli puniti fino a 5 anni di carcere, ovvero tutti quelli legati al bracconaggio. Si aggiunge il depotenziamento radicale della polizia provinciale, ridotta ormai a poche unità per provincia. Il destino incerto del Corpo Forestale. E recentemente l’introduzione della caccia a cinghiali e altre specie di ungulati anche nei parchi. Per non parlare della legge Remaschi in Toscana che mira ad aprire la caccia 12 mesi all’anno o la proposta trentina di introduzione di stambecchi e marmotte fra le specie da abbattere a fucilate”.

Sembra proprio che il Governo Renzi abbia un piano ben preciso: togliere uno a uno i picchetti messi negli ultimi trent’anni a difesa dell’ambiente e della fauna selvatica, per lanciare più facilmente l’assalto alla diligenza del patrimonio naturale. E le lobby venatorie sono fra i primi assalitori della natura. Prendono a proprio vantaggio una patrimonio di biodiversità che è di tutti” – commenta Andrea Rutigliano del CABS. “Da anni chiediamo provvedimenti per inasprire le ammende, rimaste ferme al 1992″ – aggiunge Katia Impellettiere, delegata LAC di Brescia – “chiediamo un rafforzamento della vigilanza, soprattutto in quelle aree a maggior bracconaggio come le valli bresciane e bergamasche, le isole pontine e Ischia, lo Stretto di Messina, il Delta del Po, eppure non cambia nulla, se non in peggio. Se non fosse per i volontari delle associazioni che si fanno promotori di circa un terzo dell’attività antibracconaggio nel nostro paese, molti gioielli d’Italia sarebbero in mano all’illegalità venatoria”.

Per CABS e LAC ne è un esempio lampante la storia recente di Palmarola, piccola isola a largo di Ponza, in provincia di Latina. Il Corpo Forestale l’ha presidiata per anni in primavera, durante la migrazione, per evitare le incursioni dei bracconieri. Poi per mancanza di fondi ha dovuto interrompere il presidio e i cacciatori sono tornati a spadroneggiare. Sono stati i volontari del CABS a dover sostituire i Forestali con un proprio campo per la protezione degli uccelli, esponendosi non solo al rischio delle fucilate. Gli organi di controllo che si riducono al lumicino, la politica che fa il gioco della caccia di frodo, proteggendola se non addirittura dandole una legittimazione.

Non c’è da stupirsi se il malcostume venatorio non dà grandi segni di cedimento.

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