pecchiaiolo Messina
GEAPRESS – Dell’irrisolto problema del bracconaggio nello Stretto di Messina, si è più volte discusso. Migliaia di rapaci in migrazione ancora oggi centrati dai fucili dei bracconieri soprattutto nel versante calabrese ed in periodo primaverile.

Un problema contrastato dalle associazioni che hanno più volte sottolineato l’esiguità della pena oltre che l’esigenza dell’immediata revoca del porto d’armi qualora il bracconiere sia anche cacciatore.

Quando prende origine il problema e quali le motivazioni?

In un articolo dell’ultimo numero de “Il Forestale” una descrizione del fenomeno è fornita da Claudio Marrucci,  Comandante del NOA (Nucleo Operativo Antibracconaggio) del Corpo Forestale dello Stato.

Il fenomeno, riferisce il Comandante, trae le sue origini nel XVI secolo. Migliaia di bracconieri praticavano la caccia al Falco pecchiaiolo in nome di una antica tradizione. Questa, infatti, voleva che la virilità del cacciatore e la tranquillità della casa e della famiglia, fosse messa a repentaglio nel caso di mancata uccisione dei falchi. Una fortuna per i pecchiaioli ma una sfortuna per il cacciatore, a qual punto additato di incorrere in problemi congiugali.

Una diceria o qualcosa di molto più sentito?

Sta di fatto, riporta sempre l’articolo de “il Forestale”, rivista ufficiale del Corpo Forestale dello Stato, che il cacciatore maldestro veniva soprannominato “sindaco” e portato in trionfo, tra lo sfottò degli amici, sopra un carro trainato da cavalli lungo la via principale.

Viene da chiedersi, alla luce di un problema così tanto “onorevole”, come la legge italiana considerava la caccia tradizionale al falco pecchiaiolo.

La vecchia legge sulla caccia, risalente al 1977, puniva l’abbattimento dei rapaci solo con  sanzioni amministrative.  Un tantino in più, visto che prima del 1977 i rapaci erano considerati nocivi. Dal 1992 si sono introdotte le sanzioni penali per i comportamenti ritenuti più gravi e, tra questi, l’abbattimento dei falchi.

Un fatto che però trova una aggiunta, forse un po’ polemica, da parte delle associazioni.

Le sanzioni penali previste dalla legge sulla caccia, sono tutte di carattere contravvenzionale. Un altro tantino in più, rispetto alle sanzioni amministrative, ma comunque non molto efficaci per contrastare un fenomeno ancora esistente, sebbene in forma attenutata.

La svolta, però, arrivò anche da quelle parti, grazie all’invio delle pattuglie del NOA la cui attività trovò un seguito ideale nei campi antibracconaggio organizzati, a partire dagli anni ottanta, dalla associazioni. Ad accolgliere la prima manifestazione contro la caccia ai falchi, fu però una bomba contro i protezionisti ed a seguire anche gravi attentati alla Forestale (vedi articolo GEAPRESS).

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