GEAPRESS – I cani erano sei e non otto, come in un primo momento era stato riportato. Sta di fatto che la notizia sull’orrenda morte all’interno della macchina del cacciatore è confermata con l’aggiunta di una nuova indiscrezione che lascia quantomeno perplessi.

I fatti erano occorsi lo scorso 29 dicembre ma la notizia era stata fatta circolare solo il 13 gennaio (vedi articolo GeaPress). A denunciarla, sebbene in forma anonima, alcuni componenti della stessa squadra di cinghialai alla quale apparteneva il “canaio” proprietario della macchina. A Rocchette, nel Comune di Castiglione di Pescaia (GR) i vetri della macchina vennero ritrovati tutti appannati. Dall’abitacolo fuoriusciva un liquido misto di urine e vomito. Sei cani, tutti chiusi in una gabbia di un metro e mezzo per un metro e venti centimetri. Lui, secondo quanto riportato dalla lettera anonima che ha fatto venire a galla la vicenda, non si scompose. Eliminò i poveri resti e la cosa sembrava così avere raggiunto il suo fine. Poi la lettera e le indagini dei Carabinieri, dietro esposto di ENPA. Intervenne pure la Polizia Provinciale, a seguito di una denuncia della LAC.

Contattato dall’Arma dei Carabinieri, il cacciatore “canaio”, ovvero quello addetto al mantenimento dei cani della squadra dei cinghialai, si difese asserendo che la macchina era stata lasciata con i finestrini aperti. Qualcuno, poi, chissà perché, passando da quelle parti li avrebbe chiusi. Ad avvalorare la sua versione, sei cinghialisti chiamati in difesa.

Il risultato è stato l’archiviazione del procedimento penale contro il cacciatore e l’apertura di un altro contro ignoti, ovvero l’ipotetico passante che avrebbe alzato i vetri. Al cinghialaio, però sarebbero state contestate più sanzioni amministrative, in merito ai microchip e sulla mancata denuncia di morte di altre cani di sua proprietà. Nulla invece sull’aver chiuso i cani in una gabbia così piccola, a prescindere, cioè, dallo stato dei finestrini. La LAC, a questo proposito, aveva ipotizzato il reato di maltrattamento.

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