GEAPRESS – Nonostante la Questura di Lucca gli avesse ritirato il porto d’armi, lui, imperterrito, continuava ad esercitare la caccia abusiva addirittura all’interno del Parco Nazionale Appennino Tosco Emiliano. Richiamo elettro-magnetico e reti; mezzi di caccia vietati che ha tentato pure di occultare quando i forestali lo avevano scoperto. Ora, grazie all’impegno del Corpo Forestale, ha avuto contestato dalla Questura di Lucca, il foglio di via obbligatorio dal Comune dove aveva commesso l’illecito.

“Un provvedimento importante che conferma – secondo il Vice Questore Aggiunto del Corpo Forestale, dott. Ernesto Crescenzi, Comandante del Coordinamento Territoriale per l’Ambiente di Cervarezza Terme (RE) – come il bracconaggio nel Parco Nazionale, esercitato a danno dell’ambiente ed anche di specie particolarmente protette, necessita di una dura repressione da parte del Corpo Forestale dello Stato, il quale può richiedere ed ottenere anche in questo campo, in determinate circostanze, l’applicazione di misure di prevenzione che le Autorità competenti adottano in genere solo a carico di persone indagate per delitti molto gravi.”

La vicenda inizia lo scorso ottobre quando il Coordinamento Territoriale per l’Ambiente di Cervarezza Terme (RE), competente per il Parco Nazionale, Comando Stazione Forestale di Corfino Lucca, ha fermato il bracconiere sequestrandogli, oltre ai mezzi di caccia vietati, anche gli uccelli catturati, di cui tre morti. Un caso molto grave, ovvero caccia abusiva esercitata all’interno del Parco Nazionale e da parte di un soggetto al quale la Questura aveva già ritirato il porto d’armi.

Una serie di violazioni di legge e la contestazione, da parte della Procura della Repubblica di Lucca, del reato delitto di furto venatorio aggravato per destrezza (artt. 624 e 625 Codice Penale).

Il Corpo Forestale – C.T.A. Di Cervarezza Terme (RE), competente per il territorio dell’area protetta, ha poi posto il caso all’attenzione della Questura competente. La massime giurisprudenziali, ricorda il Corpo Forestale, hanno sancito che l’ambiente va oggi considerato quale bene immateriale unitario, la cui protezione è assimilata a quella propria dei diritti fondamentali e inviolabili della persona umana e si configura quindi come diritto all’ambiente salubre.

La Questura ha ora dato la giusta risposta, disponendo il figlio di via obbligatorio per il bracconiere il quale, per tre anni, non potrà più mettere piede nel Comune di Collemandina, dove, cioè, nell’ottobre dello scorso anno era stato sorpreso nella sua attività di caccia abusiva.

Un provvedimento che sicuramente farà scuola, ma che evidenzia altresì quanto poco opportuna sia l’attuale legge sulla caccia italiana la quale punisce solo con blandi reati contravvenzionali gli stessi illeciti se commessi da cacciatori, ovvero con regolare porto d’armi. Se il bracconiere di cui sopra, infatti, fosse stato ancora in possesso del suo porto d’armi uso caccia, sarebbe scattato solo un reato minore ovvero di natura contravvenzionale.

Questo perché la legge sulla caccia ha specificatamente previsto per i cacciatori l’inapplicabilità del reato di furto, anche nelle ipotesi aggravanti. La grave pregiudiziale, ancorché limita l’applicazione del Codice Penale, appare ancora più evidente dal momento in cui il cacciatore che uccide una specie protetta non subisce neanche il ritiro del porto d’armi. Questo può essergli solo sospeso solo dopo che viene nuovamente fermato per l’uccisione di un’altra specie protetta! In altri termini deve compiere due atti consecutivi di bracconaggio. E poi dicono che la caccia in Italia non è protetta. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).