GEAPRESS – Nello scorso mese di novembre ha trovato ampio risalto nella stampa anche italiana la condanna di un Tribunale cipriota ai danni di una nonnina di 83 anni. 10.000 euro per bracconaggio.

Per Cipro si era trattato del primo deciso intervento dell’autorità giudiziaria di quel paese contro un fenomeno, tollerato da politici e associazioni venatorie locali, che ogni anno comporta l’orrenda morte di centinaia di migliaia di piccoli uccelli canori protetti dalla legge. Per catturarli vengono usati bastoncini invischiati. Gli uccellini finiscono sotto aceto nel piatto tradizionale della ambelopoulia.

La questione della nonnina avvilita dalla giustizia protezionista, presentava, però, una realtà molto diversa dal curioso fatto di cronaca. Ne da notizia il CABS (Committee Against Bird Slaughter) che a Cipro ha all’attivo numerosi campi antibracconaggio.

I Forestali e i poliziotti ciprioti, infatti, erano venuti a capo di un grosso traffico di piccoli uccelli canori, catturati ed uccisi per la ristorazione. Raggiunti i luoghi, erano stati aggrediti e malmenati dai figli e dai nipoti della signora, nel cui frigorifero di casa erano stati stipati i cadaverini di 2512 piccoli uccelli. La signora, per coprire verosimilmente nipoti e figli denunciati per l’aggressione, si è intestata il possesso dei poveri corpicini, finendo così denunciata e condannata.

Le oltre 2500 capinere erano state catturate con il vischio, sostanza collosa spalmata nei rami vicino ad un’esca posta per attirare i malcapitati uccellini. Quando sono rinvenute ancora vive, le capinere vengono uccise schiacciando con le dita la cassa toracica oppure la testolina. Usanza, questa, in uso anche presso i bracconieri italiani che tra l’altro, in tema di intestazione di reati venatori, agiscono in situazioni forse anche peggiori di quelle cipriote. A Brescia, ad esempio, la moglie del gestore di un roccolo finanziato dalla Provincia, ha rivendicato la proprietà delle trappole illegali rinvenute dal Corpo Forestale dello Stato. Il marito, qualche giorno dopo, ignorando il divieto all’uso del roccolo, imposto da una sentenza del TAR che faceva seguito ad un ricorso della LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia), venne anch’esso denunciato dalla Forestale.

La Giunta provinciale trovò, poi, la maniera di riaprire tutti i roccoli, ivi compresi quelli nel frattempo sequestrati dalla Forestale per violazione della legge sulla caccia. Il Magistrato, però, non arrivò ad affrontare il quesito posto su un sequestro penale scavalcato per volontà di Giunta. Nel frattempo, infatti, sempre su ricorso della LAC, il TAR aveva nuovamente bloccato i roccoli finanziati dalla Provincia. Arrivò, poi, la notizia della messa in mora dell’Italia da parte della Commissione europea, proprio sulle cacce in deroga e la cattura dei volatili ed infine Giunta e Consiglio regionale lombardo si sono decisi a ritirare le leggi, disarmando infine la volontà della Provincia di Brescia. 

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