GEAPRESS – Una pratica illegale, crudele e dolorosa quella del laccio-cappio in acciaio piazzato in grandi quantità dai bracconieri per la cattura dei cinghiali. Diffusi ovunque nel territorio italiano, cappi ed altri arnesi di tortura sono facilmente consultabili nei siti di cultura venatoria che illustrano le tradizioni che furono. Anzi che sono, considerata la frequenza dei rinvenimenti, come nel caso di Libero, cagnetto del Cilento, scomparso da una settimana.

Libero era rimasto in un laccio-cappio, preso per la testa. Ha iniziato a tirare ed il cappio, facendo il suo lavoro ha lacerato sempre più, attorno alla testa . Una ferita orrenda che sa quasi di mutilazione. I lacci, in genere, prendono per il collo le volpi ed i cinghiali. Per la zampe invece i grandi ungulati, che arrivano ad amputarsi nel disperato tentativo di fuggire. Spesso, come nel caso di volpi, lupi e gli stessi cani, il laccio blocca l’animale nella pancia. In questi casi la morte può arrivare per la rottura del diaframma. Poche le possibilità di prendere il bracconiere. Si tratta, in genere, di persone del posto che ben conoscono i luoghi.

I bracconieri non controllano giornalmente le trappole. Spesso sono piazzate in percorsi diversi e, comunque, finché la carne del cinghiale non puzza troppo, si potrà vendere. I cinghiali, spesso, finiscono nel settore della ristorazione. Piatti tipici per turisti-cittadini della domenica ignari di cosa (e come) arrivi nel piatto.

Nel Cilento, i lacci sono comunissimi. Poco probabile che servano solo ad un consumo privato. La notizia, diffusa appena poche ore fa, è stata appresa grazie all’Associazione Chiliamacisegua, ed è purtroppo solo l’ultima di una lunga sequela di atrocità di questo tipo. (GEAPRESS – Riproduzione vietata senza citare la fonte).