GEAPRESS – Si potrebbe sintetizzare così, come il noto proverbio napoletano. Ma la legge è legge, e l’incredibile vicenda, nata nell’estate 2007 a Caltanissetta, è arrivata infine in Cassazione.

A dare inizio alla storia, l’ottimo intervento del Comando Provinciale dei Carabinieri di Caltanissetta che rinvenne, all’interno di un famoso negozio di animali di Caltanissetta, alcuni fringillidi appartenenti alla fauna protetta italiana. L’accusa, per il rispettabile negozio nisseno, fu di detenzione e vendita di fauna protetta, ovvero illegalmente catturata.

Arrivò la condanna in primo grado, e poi la vicenda finì addirittura in Cassazione. Ma come giustificare la presenza di animali protetti in un negozio di animali? Il commerciante, facendo verosimilmente leva sul fatto di essere molto conosciuto, si difese asserendo che i fringillidi protetti, in realtà gli erano stati recapitati da normali persone (non uccellatori, dunque) che casualmente avevano rinvenuto gli uccellini bisognevoli di cure. Lui li curava e li liberava. Peccato, però, che quello era un negozio di animali e non un ambulatorio veterinario. In aggiunta a ciò, mancava la comunicazione all’autorità preposta alla gestione della fauna selvatica.

Tutto risolto? No. Il commerciante arrivò a sostenere che le condizioni precarie di taluni animali, non erano dovute allo stress della cattura. Anzi, lo stato non ottimale di salute era la migliore dimostrazione che non potevano destinarsi alla vendita. Una cosa, insomma, da far venire il mal di testa, provando a seguirne i passaggi logici. Per “illogicità”, del resto, la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, presieduta dalla dott.ssa Giuliana Ferrua, ha rigettato il ricorso e condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

E dire che il commerciante, stante le ridicole pene che caratterizzano tutti i reati venatori italiani, si sarebbe potuto accontentare di pagare gli appena 890 euro contestati in primo grado. Ora, invece, gli costerà tutto molto più caro.

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