poiana lib
GEAPRESS – Monte Libano e Anti Libano, le due catene montuose che nel paese dei cedri costituiscono una sorta di doppia spina dorsale con in mezzo la Valle della Beqā. Per due volte all’anno, il passaggio dei migratori. Ad attenderli, 600.000 fucili che uccidono senza controllo.

La costa orientale del Mediterraneo si trova infatti lungo una delle principali correnti migratorie al mondo. Su di essa confluisce il flusso di decine di milioni di uccelli che ogni anno, nel corso della migrazione primaverile, inondano sia l’Europa che l’Asia. In autunno, invece, il percorso si inverte. Tutti verso l’Africa ed in minor misura la penisola arabica, fucili permettendo.

Una situazione venatoria disastrosa che il CABS (Committee Against Bird Slaughter) l’associazione internazionale specializzata nei campi antibracconaggio ove operano anche molti italiani, ha  deciso di denunciare in un account facebook che mostra in tutta la sua drammaticità  quanto ovviene  in quel paese. STOP Hunting Crimes in Lebanon; nudo e crudo quanto mostrato dagli stessi cacciatori.

In Libano, a sentire i loro racconti, si spara veramente ovunque. Dalla periferia delle città, agli ultimi boschi di Cedro, alle colline di Beirut. Una situazione che ha sollevato qualche critica anche tra gli stessi cacciatori libanesi ma che in linea teorica è tutta illegale, visto che in Libano, sottolinea il CABS, la caccia non dovrebbe più esercitarsi a partire dal 1994.  A controbattere sono ora le coraggiose denunce delle associazioni libanesi che si impegno concretamente per sconfiggere una realtà purtroppo soverchiante.

Un account facebook dell’orrore che il CABS ed i protezionisti libanesi invitano a diffondere.

Le foto pubblicate dai cacciatori libanesi – ha riferito a GeaPress  Axel Hirschfeld, CABS Press Officer – e raccolte dal CABS e da “Stop hunting crimes in Lebanon” dimostrano chiaramente quanto la caccia possa e stia di fatto avendo un impatto enorme nella scomparsa delle specie migratrici europee. Bastano poche centinaia di migliaia di doppiette appostate lungo uno dei corridoi migratori – ha aggiunto il responsabile del CABS – per annullare lo sforzo di sopravvivenza di popolazioni intere. Abbiamo sempre gridato all’allarme per i micidiali cambiamenti nelle politiche agricole, per la distruzione degli habitat e la cementificazione, senza realmente valutare – visto che i numeri non vengono mai dati né raccolti – l’impatto immediato che ha la caccia sugli uccelli“.

Un gruppo di protezionisti europei e libanesi, così si presentano i redattori dell’account. Più di 20.000 le immagini che ritraggono una situazione che difficilmente può avere eguali nel mondo. In Libano, alla luce del sole, si impagliano anche tigri ed iene arrivate da chissà dove.

Negli ultimi decenni la caccia si é modificata – spiega Axel Hirschfeld – la mobilitá é aumentata, i cacciatori dispongono di jeep per raggiungere rapidamente i siti dove meglio cacciare, il turismo venatorio é esploso, le cartucce sono diventate economiche e abbondanti, i richiami elettromagnetici, in uso ormai dappertutto, permettono di attrarre a portata di fucile centinaia di uccelli in poche ore di caccia. Le foto libanesi mostrano carnieri spaventosi e se moltiplichiamo il numero di uccelli per i circa 600.000 cacciatori libanesi possiamo immaginare l’impatto sulle popolazioni che migrano lungo la Rift Valley/Red Sea flyway“.

Scioccante quanto gli stessi cacciatori riescono ad esibire. Fino a quindici Re di Quaglie in una sola battuta di caccia. Si tratta di un rallide il cui storico areale di distribuzione che congiungeva un tempo i Pirenei fino alle aree russe a nord della Mongolia, si è drammaticamente ridotto. Di fatto, spiegano gli ornitologi, se il Re di Quaglie non è ancora in forte pericolo di estinzione si deve solo ad alcune zone del suo areale, specie quelle orientali. E che dire delle Aquile anatraie minori? Un cacciatore, in un solo giorno di attività, si vanta di averne uccise ben sette. Un problema non solo libanese. Basti pensare a quanto avviene in Egitto, ma anche in Italia, Romania, Malta o il caucaso georgiano.

Il Libano, forse, è la cima di un iceberg. La vetta più grave e pericolosa per la conservazione mondiale di decine di specie di uccelli migratori. Passano tutti lì, concentrati in stormi di centinaia di cicogne, come di falchi, che vengono buttati giù a fucilate. Il Libano, affermano i protezionisti, è un buco nero per gli uccelli migratori che mette a repentaglio tutte le iniziative di conservazione intraprese dalla comunità internazionale.

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