GEAPRESS – Vogliamo Brescia liberata dai bracconieri. E’ un coro unanime, tra gli amanti della natura (libera da pallini) l’appoggio al Corpo Forestale per l’attività antibracconaggio svolta nelle vallate della provincia. Colle San Zeno, Collio, Bagolino, Lumezzane, Idro a Capovalle con la sua Madonna del buon bracconiere donata dagli amici della caccia. Tantissimi altri luoghi più volte richiamati negli interventi del NOA, il Nucleo Operativo Antibracconaggio del Corpo Forestale dello Stato. Luoghi ben conosciuti anche dai volontari animalisti. Del nord Italia come di altre zone, visto che, pur di gettare discredito sugli interventi di repressione del bracconaggio, si è tentato di portare la polemica sul piano di una incredibile diatriba con la Roma ladrona. Ci ha tentato la Lega Nord sabato pomeriggio con una minimanifestazione indetta a Collio, così come anche altri esponenti, sebbene di improbabili partitini, della galassia venatoria italiana (vedi articolo GeaPress).

Io sono del bresciano – dica a GeaPress Giorgio Garzetti, responsabile dell’ENPA cittadina – e non vengano a raccontare a me gli insulti contro l’antibracconaggio della Forestale che qualcuno vorrebbe far passare come un potere dispostico romano. Basta fare un giro non lontano dalla città, in Franciacorta. Ci sono periodi dell’anno dove sembra di essere sempre in primavera con i poveri uccellini che cantano appena sistemati fuori dai bui garage, qualche giorno prima di essere portati al roccolo. Sono molte decine di migliaia, è un problema che non conosce sosta – continua Giorgio Garzetti – sia in Valle Trompia che in Val Sabbia. Forse chi ora accusa l’antibracconaggio della Forestale vede a modo suo la differenza tra bracconaggio e cacciatori. Io però sono di Brescia, non di Roma. E’ triste dovere vedere lo scempio che si sta tentando di fare delle istituzioni. Vorrei capire perchè nel giardinetto difronte al Santuario di Santa Maria del Giogo, a Colle San Zeno, dove sul crinale quasi ogni casa ha il suo roccolo, qualcuno ha sentito la necessità di affiggere un cartello che ricorda di non sparare vicino la chiesa. Capisce – conclude Garzetti – c’è stato bisogno di andare a mettere un cartello difronte una chiesa, si immagini tutto il resto“.

A fargli eco è Andrea Rutigliano che in questi giorni, con i volontari del CABS (Committe Against Bird Slaughter) e della LAC (Lega per l’Abolizione della Caccia) sta seguendo i campi antibracconaggio proprio nel bresciano.
L’altro giorno – dice Rutigliano a GeaPress – proprio a Colle San Zeno abbiamo contato più di mille spari in meno di un’ora. Erano i cacciatori delle cacce in deroga e sparavano soprattutto al fringuello. Gli animali non venivano neanche raccolti da terra. Non voglio fare il gioco di chi tenta di gettare discredito sulla Forestale accusandoli di arroganze e soprusi contro i cacciatori, ma si dovrebbero vergognare. Per continuare a fare quello che vogliono gettano fango sugli interventi delle Forze dell’Ordine“.

Di atteggiamento quantomeno ridicolo, parla anche l’eurodeputato veneto di Italia dei Valori, Andrea Zanoni.
E’ ridicolo – dice Zanoni a GeaPress – che il lavoro fatto delle istituzioni per il rispetto della legge, crei reazioni di questo genere, specie se a livello politico. Il messaggio che rischia di passare, con avvicinamenti quantomeno spericolati farciti di offese ed impropri paragoni – aggiunge Zanoni – potrebbe essere quello di intolleranza nei confronti della legalità. A prescindere cioè, se trattasi di caccia o bracconaggio. Il cacciatore bresciano – ha concluso Zanoni – non ha nulla da temere dal NOA della Forestale, così come nulla da temere ha chi rispetta la legge“.

In effetti, quello che colpisce è la voce grossa del potere locale, voce spesso fatta di complici silenzi. Eppure finanche nell’entroterra delle vallate aspromontane si è riusciti a ridimensionare sensibilmente un’altra caccia illegale ma di tradizione. Quella ai falchi migratori. Anche in quei posti la Forestale ha avuto un grande ruolo. A Brescia i migratori da uccidere non sono falchi ma passeriformi. Poco importa. Tutti utili all’ambiente e, soprattutto, da lasciare vivere. Finchè la Forestale manderà il suo presidio, potremo sperare di cambiare le cose. Forse è proprio questo quello che si teme. Dovere cambiare non tanto per le tradizioni, che hanno comunque un valore storico, ma per gli interessi economici che girano attorno ad esse. La tradizione, forse, più che causa è solo la vittima di chi la vuole spezzare, nel valore del ricordo, come le zampine di un pettirosso rimasto ingannato dall’archetto.

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