GEAPRESS – A soli pochi giorni di distanza. Un bilancio, quello degli interventi del NOA (Nucleo Operativo Antibracconaggio) del Corpo Forestale dello Stato nelle vallate del bresciano, che fa sicuramente riflettere. Il nove ottobre (vedi articolo GeaPress) trentatré notizie di reato che però, già stamani, sono diventate 48. Due grandi “tese”, ovvero aree contaminate da trappole, con non meno di 70 archetti cadauna, sistemati per la cattura degli uccelli. Fino ad ora 300 archetti, 320 trappole, 83 reti di varia lunghezza, cinque richiami acustici, 14 fucili sequestrati appartenenti a cacciatori con regolare porto d’armi. Avevano tutti abbattuto specie protette. Tra vivi e morti, 220 animali posti sotto sequestro.

Alla luce dell’ordinamento giurisprudenziale, la denuncia per la cattura di specie protette, scatta anche con un solo fringuello, come altre specie tutelate. Stesso discorso anche per il sequestro del fucile. Ma a Brescia, il fenomeno del bracconaggio non tende a diminuire. Bracconieri più giovani ed agguerriti, poi una maggiore prevalenza di piccole trappole metalliche, più facilmente occultabili, rispetto ai grandi “archetti” in legno che richiedono maggiore manutenzione. Uccellini con le zampe spezzate (subito divenuti oggetto di maltrattamento nei verbali redatti dalla Forestale) ed ancora in vita sugli archetti. Tra i sequestri anche due tordi finiti con gli occhi bruciati da chiodi roventi. Erano nelle disponibilità di un cacciatore che stava utilizzando un capanno.

Un episodio, quello dei due poveri uccelli accecati, che preoccupa. Un uso insolito nel bresciano ma che, considerata la passione per forme di caccia illegali, potrebbe ben presto dilagare. Gli accecati, infatti, sono solitamente utilizzati dagli uccellatori meridionali. Questi, in più casi, sono stati trovati in combutta con quelli del nord Italia. Una diceria, frutto di ignoranza e crudeltà, asserisce falsamente che i poveri animali dagli occhi bruciati, con chiodi roventi o la piastra incandescente, cantano meglio. Non ci vuole molto, considerata la densità dei bracconieri, che tale pratica possa diffondersi.

Secondo la Forestale il problema del bracconaggio nel bresciano non accenna a diminuire. Cruento e caratterizzato anche da un inaspettato abbassamento dell’età media. Un fenomeno che si rigenera anche grazie all’indotto economico che, sempre secondo la Forestale, non è rappresentato solo dal rifornimento di uccellini per la polenta ed osei, ma anche dal mercato dei rischiami vivi per i cacciatori di capanno. Una provincia, quella bresciana, famosa per la passione venatoria che alimenta, poi, indotti economici. Un esempio recente. Il campo di mais (vedi fotogallery) attrezzato per la cattura di uccelli (vedi articolo GeaPress) era nelle disponibilità di una persona, ora denunciata dal NOA, tutt’altro che in precarie condizioni economiche. In loco, infatti, è stato riferito delle ampie disponibilità finanziarie del bracconiere, derivante da un lavoro che nulla ha a che fare con la ristorazione della polenta ed osei né con i richiami vivi.

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