GEAPRESS – L’ Operazione Pettirosso 2010 del Corpo Forestale dello Stato si è conclusa a fine ottobre. I reparti speciali del NOA (Nucleo Operativo Antibracconaggio) anche quest’anno avevano portato a termine numerose operazioni ai danni degli uccellatori bresciani. Avevano altresì rilevato un fenomeno perdurante nella sua gravità e che evolve anche tramite gli espedienti per eludere i controlli della Forestale (vedi articolo GeaPress).

Andati via i Forestali, il bracconaggio ha però immediatamente ripreso i toni di un luogo senza controllo. A denunciarlo è la LIPU, intervenuta anche a novembre nelle vallate bresciane con i volontari coordinati dall’ ispettore Piergiorgio Candela. Rimosse un numero elevatissimo di trappole, spesso sistemate appena dopo i precedenti sequestri. Il tutto per fornire pettirossi ed altri piccoli passeriformi protetti dalla legge per la polenta e osei.

Si è constatato, denunciano alla LIPU, che i bracconieri più irriducibili sono sempre gli stessi e ben noti in loco: nonostante ciò, vengono lasciati colpevolmente liberi di agire in nome del quieto vivere, come nel caso di un uccellatore recidivo della Valsabbia che, nonostante abbia subito una condanna a 18 mesi di carcere per bracconaggio, minacce e resistenza a pubblici ufficiali della LIPU, a ottobre è stato sorpreso tra reti e trappole posizionate nelle pertinenze dell’abitazione a monte del lago d’Idro.

Così come pure un altro bracconiere recidivo che ha addirittura fatto benedire una “Madonna del buon bracconiere” posta presso il suo enorme impianto fisso di cattura sui monti di Capovalle. In definitiva la dimostrazione che nel bresciano l’ uccellagione è favorita dalla mancanza di controlli da parte degli organi di vigilanza locale.

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