GEAPRESS – Il TAR di Brescia, in seduta collegiale, ha confermato il decreto di sospensione (vedi articolo GeaPress) della delibera provinciale che autorizzava l’attività di venticinque roccoli del bresciano. Si tratta dei famosi impianti di cattura di piccoli uccelli selvatici. Precisi riferimenti comunitari e nazionali vieterebbero disposizioni come quella della Giunta provinciale bresciana che ha così favorito ancora una volta, tramite provvedimenti nuovamente risultati illegittimi, l’attività anacronistica della cattura degli uccelli.

Nelle motivazioni addotte dal TAR (scarica la sentenza) vi è sostanzialmente quanto già rilevato dalla LAC, la Lega Abolozione Caccia, in sede di ricorso curato dall’Avvocato Claudio Linzola del foro di Brescia. In primis, l’impossibilità di verificare l’effettivo numero di richiami vivi detenuti dai capannisti bresciani e la totale assenza di selettività di questo metodo di cattura basato sull’uso delle reti. La LAC ricorda a questo proposito come la direttiva europea sul tema, ammette solo “lo sfruttamento giudizioso di piccole quantità di animali, in condizioni rigidamente controllate e in mancanza di alternative”, mentre la Provincia aveva dato il via alla cattura di quasi ventimila uccelli.

Un miscuglio di illegalità, almeno costituzionale, che vede protagonista, secondo la LAC, un’usanza che collega il mondo dei cacciatori e quello degli allevatori. Grossi quantitativi di uccelli in realtà catturati in maniera clandestina e riclicati nel mercato legale grazie alla compiacente fornitura di anellini che dovrebbero, invece, certificare la provenienza lecita. 

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